07 maggio 2012

Breve storia della crisi

di Andrea Baranes

Questo testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio.

Troppo debito?

Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea.Cos’è successo allora in questi diciotto anni? Perché nel 1994 l’Italia era sì un paese con un forte debito e diversi problemi, ma, così ci veniva raccontato, con ottime prospettive, mentre ci ritroviamo nel 2011 con l’acqua alla gola e in balia delle tempeste finanziarie? L’argomento che ci viene ripetuto è che l’Italia del 2011 è schiacciata da un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sfiora il 120% e sta strangolando la nostra economia. Bene. Qual era allora la situazione nella prima metà degli anni Novanta? Tra il 1993 e il 1995 il rapporto tra debito e Pil in Italia superava il 120%.Occorre quindi analizzare meglio le cause politiche, sociali, industriali ed economiche che contribuiscono all’attuale rapido declino del nostro paese.

Le motivazioni reali

Ancora all’inizio del 2011 il nostro governo si vantava del fatto che la crisi del 2007-2008 avesse risparmiato l’Italia e della solidità dei conti pubblici, delle banche e del sistema produttivo.La crisi al contrario c’era, ed era in primo luogo legata al dogma economico della continua crescita dei consumi e del Pil. Se diminuiscono produzioni e consumi, oltre alle ripercussioni sul mondo del lavoro e su quello imprenditoriale, diminuisce il Pil. Al diminuire del denominatore aumenta il rapporto debito/Pil, e quindi i conti pubblici peggiorano.Non solo. Riprendiamo in esame questo rapporto che riveste oggi un ruolo così fondamentale. Al numeratore troviamo il debito pubblico, che, con qualche approssimazione, è costituito dalla massa di titoli di stato (Bot, Cct, Btp e altri) in circolazione in Italia, a cui si sommano i debiti delle amministrazioni locali e altre voci. Su questo debito l’Italia paga un interesse. Se il governo emette un Bot al 2%, su 100 euro di titolo ne dovrà pagare 2 di interessi. È allora chiaro che tanto più alti sono gli interessi da pagare tanto più le risorse del pubblico dovranno andare a rimborsare gli interessi sul debito, e non potranno essere utilizzate per altri scopi, dall’istruzione alla ricerca al welfare.Semplificando il discorso, le risorse a disposizione dello stato sono principalmente le tasse pagate da cittadini e imprese. Se lo stato ogni anno ha delle entrate che crescono più rapidamente degli interessi sul debito, quest’ultimo è in qualche modo sostenibile. Una parte delle risorse aggiuntive saranno destinate a ripagare il debito e i suoi interessi, il resto potrà andare a politiche pubbliche. Al contrario, se il Pil non cresce e non vengono messe nuove tasse, non aumenta nemmeno il gettito fiscale. In queste condizioni gli interessi sul debito crescono e continua ad aumentare il debito, peggiorando ulteriormente il problema. Questo anche senza considerare che, essendo una parte rilevante del debito italiano in mani straniere (principalmente banche e fondi di investimento), la mole crescente di interessi comporta un progressivo impoverimento dell’Italia nel suo insieme.All’inizio degli anni Novanta l’economia italiana, il Pil, cresceva, mentre gli interessi da pagare sul debito pubblico erano relativamente bassi. Nel 2011 ci troviamo nella situazione opposta.Questa spiegazione contabile non è però che una delle motivazioni. A questo problema se ne lega un altro, ancora più pesante e che discende direttamente dalla crisi finanziaria: gli interessi aumentano a un ritmo incontrollabile. L’Italia deve oggi emettere titoli di stato con rendimenti sempre maggiori, il che peggiora ulteriormente i conti pubblici. Sono due le motivazioni che spiegano questo veloce aumento degli interessi sul debito: da una parte il costo dei piani di salvataggio della finanza messi in campo dai governi dopo la bolla dei mutui subprime esplosa nel 2007, dall’altra la dimensione di una finanza speculativa in grado di scommettere contro interi paesi.


La crisi del 2011

L’attuale crisi discende direttamente da quella che nel 2007-2008 ha travolto la finanza internazionale dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Solo i giganteschi piani di salvataggio realizzati dai governi e dalle istituzioni pubbliche hanno permesso di salvare il sistema finanziario dalla crisi di cui esso stesso era in massima parte responsabile. Stime prudenziali parlano di almeno 14.000 miliardi di dollari versati dal pubblico al settore finanziario privato. Da una prospettiva speculare, negli ultimi anni un debito enorme è stato quindi trasferito dalla finanza privata al pubblico.


Il travaso di ricchezza dal lavoro alla finanza

Come è nato questo gigantesco debito? Per capirlo bisogna risalire alle radici dell’attuale crisi finanziaria. Da oltre un trentennio il sistema produttivo occidentale è entrato in una fase di sovrapproduzione. Questa, assieme alla possibilità delle imprese di delocalizzare la produzione verso i paesi dove sono minori i costi del lavoro, ha portato a una compressione dei salari.Questo processo ha comportato un gigantesco spostamento della ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e i profitti finanziari. In Italia, nell’ultimo ventennio dello scorso secolo 120 miliardi di euro sono passati dai lavoratori ai profitti. In altre parole, i lavoratori e i cittadini si sono trovati progressivamente più poveri, mentre le imprese immettevano sul mercato sempre più prodotti.Come risolvere questo paradosso? Come vendere sempre più automobili, più telefonini e
più prodotti a persone sempre più povere? La soluzione è in apparenza molto semplice: favorendo l’indebitamento delle famiglie, delle imprese e degli stati per mantenere artificialmente alti i consumi, per drogare la crescita economica. È questa la spiegazione ultima della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. Il settore immobiliare rappresenta una parte sostanziale della ricchezza e del Pil statunitense. Occorre allora costruire e vendere sempre più case per fare aumentare il Pil, che in accordo con il dogma economico fondato sulla crescita deve aumentare continuamente. Le leggi che hanno aperto la porta ai mutui subprime davano la possibilità alle banche di erogare dei mutui anche ai clienti senza reddito, senza lavoro e senza garanzie economiche. Strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili permettevano alle stesse banche di scaricare questi debiti sui mercati finanziari, tramite un processo noto come cartolarizzazione dei mutui (e di qualunque altro prestito).In pratica una montagna di debiti è servita a drogare i consumi per mostrare una ricchezza economica e una crescita inesistenti, perché nella realtà le persone erano sempre più impoverite dal progressivo trasferimento delle ricchezze verso il mondo finanziario.Per riassumere, la finanza è stata il mezzo per mantenere alta la domanda di consumi, e nello stesso momento è stata un fine, garantendo tassi di profitti sempre più elevati ai grandi capitali. Le due cose sono strettamente legate: di fatto il 5% più ricco della popolazione diventa sempre più ricco e utilizza il surplus di reddito che non viene consumato per erogare prestiti al 95% della popolazione.Detta in maniera ancora più semplice, la finanza prestava ai cittadini, con i dovuti interessi, i soldi che le aveva sottratto.E quando i soldi sottratti sono diventati troppi, quando i redditi si sono polarizzati eccessivamente verso i più ricchi, il giocattolo si è rotto e la montagna di debiti è franata. Negli Stati Uniti, negli anni Settanta, l’1% più ricco della popolazione deteneva il 9% dei redditi, mentre nel 2007 la quota era salita al 23,5%, esattamente la stessa percentuale del 1928, alla vigilia della Grande Depressione. La ricchezza del 5% più ricco della popolazione è passata dal 22% del 1983 al 34% del 2007 così come è passata dal 24% del 1920 al 34% del 1928. Sembra proprio che oltre una certa soglia di disuguaglianza la società vada incontro a una crisi sistemica e a una vera e propria disgregazione per eccessiva concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi.


Cos’è la finanza oggi?

Questo trasferimento di risorse dall’economia reale alla finanza è necessario anche per garantire i profitti in doppia cifra inseguiti dagli speculatori. Se il Pil del mondo cresce del 2% l’anno e la finanza deve garantire profitti cinque o dieci volte superiori, abbiamo però un problema. Nel lungo periodo, o il sistema finanziario vampirizza l’economia reale, continuando a prosciugare risorse, o la finanza crea ricchezza fittizia, gonfiando bolle che prima o poi scoppiano provocando crisi e miseria.In altre parole, un Moloch finanziario intrinsecamente instabile ha continuamente necessità di nuovi mercati e nuovi capitali per riuscire a sostenersi. Questa continua ricerca di nuovi mercati è un motore fondamentale nel continuo attacco ai beni comuni e ai diritti, nella privatizzazione e successiva finanziarizzazione dei servizi essenziali. Tutti devono bere e mangiare, tutti hanno diritto all’istruzione e tutti prima o poi devono curarsi. Trasformare l’acqua, il cibo, l’istruzione e la sanità in merci significa garantire profitti enormi e duraturi alle imprese e aprire nuovi spazi di conquista alla finanza, ovviamente al prezzo di escludere da questi «mercati» chi non può permettersi la scuola o la sanità private.Un discorso analogo, oltre che per i nuovi mercati, si può fare per i continui apporti di capitali necessari alla finanza per mantenersi. E il serbatoio siamo noi e i nostri risparmi. Come in una gigantesca catena di Sant’Antonio i nostri conti correnti, fondi di investimento e fondi pensione alimentano il trasferimento di risorse dal lavoro alla finanza. La gran parte dei capitali che girano sui mercati finanziari proviene in ultima istanza da lavoratori e piccoli risparmiatori. Come dire che, oltre che vittime di questa crisi finanziaria, ne siamo anche complici.In questo quadro si inserisce perfettamente la nascita dei fondi pensione privati. Da una parte si trasforma un diritto assicurato dallo stato, quello alla previdenza, in una merce, chiamando ogni lavoratore a provvedere da sé, se può, alla propria pensione. Dall’altra i risparmi dei lavoratori vengono stornati ai mercati finanziari, e sono i soldi che alimentano il processo di finanziarizzazione dell’economia.


Dopo la crisi del 2007-2008

Riassumendo. La finanza negli ultimi trent’anni ha sottratto risorse all’economia reale, al sistema produttivo, alle famiglie e ai lavoratori. Questi ultimi sono stati spinti a indebitarsi sempre di più, mentre le grandi imprese imboccavano la strada di una sempre più spinta finanziarizzazione per supplire alla diminuzione dei tassi di profitto delle loro attività economiche. Un processo che ha ulteriormente aggravato e accelerato il travaso di risorse e di potere dall’economia reale alla finanza.Il risultato è stato un enorme aumento dei debiti, a tutto vantaggio del mondo finanziario che vedeva crescere volume d’affari e profitti. Quando questo debito è diventato eccessivo il giocattolo si è rotto.A questo punto, siamo nel 2008, gli stati sono intervenuti con somme gigantesche per salvare il sistema finanziario che aveva prima sottratto risorse ai cittadini e poi provocato la crisi.Considerando che i soldi pubblici provengono dalle tasse e dal lavoro dei cittadini, la situazione è perlomeno paradossale, e non unicamente dal punto di vista della giustizia sociale. Questo sistema finanziario si è sviluppato sulla spinta neoliberista, che postula un sempre minore intervento dello stato nell’economia e la capacità dei mercati di autoregolarsi. In altri termini, nessuna regola e nessun vincolo. Salvo poi ricorrere al paracadute pubblico quando le cose vanno male. Privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. Una vera e propria truffa ideologica, perpetrata per decenni. Se socialmente appare inaccettabile, la ricetta poteva almeno avere una giustificazione, secondo la logica economica e finanziaria dominante, se fosse servita a fare ripartire l’economia.Al contrario, le enormi risorse versate dal pubblico al sistema finanziario non sono nemmeno servite a rimettere in moto l’economia, perché sono andate in massima parte a tappare le falle del sistema bancario ombra, o shadow banking system, il gigantesco mondo parallelo fatto di società registrate nei paradisi fiscali, di cartolarizzazioni, di titoli tanto rischiosi quanto incomprensibili, che le banche hanno messo in piedi negli ultimi decenni per eludere le normative e i controlli.Prima dello scoppio della crisi il sistema ombra aveva raggiunto i 20.000 miliardi di dollari di attività di intermediazione, quasi il doppio degli 11.000 miliardi del sistema ufficiale. A metà 2010 le cifre sono rispettivamente di 16.000 e 13.000 miliardi. Se c’è stato quindi un sensibile spostamento delle attività, ancora oggi il sistema bancario ombra è di fatto il cuore dell’intera circolazione dei capitali nella finanza mondiale.Questo significa che gli stati hanno firmato un assegno in bianco alla finanza senza chiedere nulla in cambio e senza fare ripartire l’economia reale. Da tre anni si discute di proposte di regolamentazione della finanza, ma poco o nulla è stato fatto nel concreto. A fine 2011 il G20, che si è autonominato nuovo regolatore dell’economia globale, non è nemmeno riuscito a trovare un accordo per tassare le transazioni finanziarie. La finanza speculativa tira una boccata d’ossigeno e riparte come e peggio di prima. Oggi si specula sul cibo e sulle materie prime, giocando sulla fame dei più poveri come si gioca al casinò. Il mercato dei derivati non è mai stato così florido, i top manager della City e di Wall Street si gratificano con bonus miliardari, i grandi capitali rimangono al sicuro nei paradisi fiscali. Tutto questo ringraziando il Fondo monetario internazionale, il G20 e le altre istituzioni internazionali che hanno funzionato perfettamente nel 2008 per salvare le banche e non hanno fatto nulla da allora per fermare la finanza-casinò e salvare le persone.


Le conseguenze sui paesi

L’effetto più vistoso di questi piani di salvataggio è stato l’aumento del debito e quindi il peggioramento dei conti pubblici di molti paesi, che hanno dovuto allora ricorrere all’emissione di titoli di stato per finanziarsi. Un aumento di offerta di titoli di stato sul mercato, proprio in un momento di crisi, quindi con meno capitali disponibili da investire. Questo ci rimanda al primo dei motivi direttamente legati alla crisi che permettono di spiegare l’attuale situazione in Italia. In pratica oggi il governo, se vuole rifinanziare il debito emettendo Bot e Cct, deve fronteggiare la concorrenza della mole di titoli di stato di altre nazioni che si sono indebitate negli ultimissimi anni. A parità di interesse offerto, nessuno comprerebbe però dei titoli italiani quando sul mercato sono a disposizione quelli della Germania o di altri paesi considerati più sicuri. Per attirare i capitali e rifinanziare il proprio debito, l’Italia è allora costretta ad aumentare i tassi di interesse. È il famigerato spread con i bund tedeschi, ovvero la differenza di tasso di interesse tra i titoli di stato dei due paesi che negli ultimi mesi è diventato il nuovo parametro centrale per valutare lo stato di salute dell’Italia.


CDS e speculazione

E questo non è ancora nulla. Gli speculatori cavalcano le oscillazioni dei mercati. È difficile speculare sui titoli di stato tedeschi, perché il loro rendimento è pressoché invariabile. Molto più «divertente» scommettere su titoli molto volatili, quali quelli di nazioni in difficoltà come la Grecia, l’Irlanda o oggi l’Italia. Gigantesche scommesse che esasperano le oscillazioni dei prezzi e la stessa instabilità, attraendo nuovi squali del mondo finanziario.Tutto questo può realizzarsi grazie a prodotti derivati chiamati credit default swaps, o CDS. Si tratta di contratti che permettono di assicurarsi contro il fallimento di un soggetto terzo. Se possiedo delle obbligazioni e temo che l’impresa emittente possa fallire, posso coprirmi contro tale rischio acquistando un CDS che mi assicura contro tale evento. In caso di default la controparte che me lo ha venduto è tenuta a rimborsarmi.Rispetto a un’assicurazione esiste una differenza sostanziale. Nell’economia reale non posso acquistare una polizza che mi rimborsa nel caso che la casa del mio vicino vada a fuoco e più in generale assicurare beni che non sono nella mia disponibilità. Il motivo è evidente: se qualcuno appiccasse un incendio, io avrei solo da guadagnarci. Anche se non ci fosse la malafede, nel migliore dei casi questa sarebbe una scommessa da gioco d’azzardo, non una polizza assicurativa.Nella finanza tale limite non esiste. I CDS permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo a una transazione tra due parti e soprattutto di speculare su eventi futuri. Così, posso acquistare dei CDS che mi assicurano contro il fallimento della Grecia. Se la situazione del paese ellenico peggiora, aumenta il rischio di fallimento, e di conseguenza il prezzo per assicurarsi contro questo fallimento. I CDS che avevo comprato a un prezzo più basso valgono adesso di più, permettendomi di guadagnare dalle difficoltà altrui. Il gioco è ancora più interessante considerando che, tramite opportune manovre finanziarie sui titoli, consigli dati ai miei clienti e qualche articolo ben piazzato qui e là su autorevoli giornali finanziari, posso contribuire io stesso ad aumentare la percezione di rischio di un dato paese.I CDS erano praticamente sconosciuti solo una quindicina di anni fa, e hanno raggiunto subito prima della crisi una dimensione pari al Pil dell’intero pianeta, misurabile in diverse decine di miliardi di euro. Fornire una cifra esatta è quasi impossibile, visto che oggi metà dei CDS vengono negoziati al telefono e che non esiste nessuna trasparenza in materia. Queste gigantesche masse di capitali speculativi stanno oggi contribuendo in maniera sostanziale alla grave situazione che affligge l’economia europea e quella italiana in particolare.


Quali soluzioni? Pareggio di bilancio e democrazia

In una nota favola risalente all’antica Grecia uno scorpione chiede di salire sulla schiena di una rana per attraversare un fiume. Di fronte ai timori della rana di essere punta e uccisa, lo scorpione spiega che in quel modo morirebbe annegato anche lui. La rana si fa convincere. A metà del fiume lo scorpione punge la rana. Entrambi stanno per morire, e la rana chiede allo scorpione il perché di questo folle gesto. È la mia natura, risponde lui.Oggi la finanza-casinò approfitta del fatto che gli stati sono in difficoltà perché hanno salvato questo stesso sistema finanziario per guadagnare mediante attacchi speculativi, scommettendo sul fallimento di interi paesi, e rischiando di trascinare nel baratro i cittadini, gli stati, il sistema economico e quello finanziario.È su queste basi che oggi ci vengono chiesti sacrifici e piani di austerità. È emblematica in tale senso la lettera riservata, poi divenuta di pubblico dominio, che lo scorso 5 agosto la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano. La Bce chiede «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali [...] attraverso privatizzazioni su larga scala». Chiede di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende». Negli ultimi paragrafi la Bce arriva a scrivere che «vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari [...] sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale».Non è chiaro se questa lettera sia più spaventosa nel merito o nel metodo. Nel merito, meno di due mesi dopo lo storico referendum in cui ventisette milioni di italiani hanno preso posizione sul problema dei servizi pubblici la Bce chiede privatizzazioni su larga scala. Chiede ai lavoratori già colpiti da una crisi dovuta al comportamento irresponsabile della finanza nuovi sacrifici per ristabilire la fiducia dei mercati. Ristabilire la fiducia. Come se non fosse il gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per tentare di riconquistare la fiducia dei cittadini. Come se non fosse la finanza ad avere totalmente smarrito il proprio ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia per trasformarsi in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Ancora peggio, come se queste richieste non andassero esattamente nella direzione di esasperare l’ingiustizia sociale e la vergognosa distribuzione del reddito che sono in ultima analisi le cause che ci hanno condotto all’eccesso di debito e alla crisi. Lanciati come treni verso il baratro, la Bce ci chiede di accelerare.Per quanto gravi siano queste richieste, il metodo è probabilmente ancora più terrificante del merito della lettera. Un’istituzione che nessun cittadino europeo vota o elegge democraticamente, che non risponde a nessuna autorità, invia una lettera segreta al nostro governo per definire le politiche che questo dovrà approvare. La Bce arriva a chiedere di modificare la nostra Costituzione, il contratto sociale fondamentale degli italiani, per rassicurare i mercati finanziari.Oggi sembra quindi che la strada per uscire da questa situazione sia obbligata: stringere la cinghia e accettare piani di austerità per rimettere in sesto i conti pubblici. Come dire che l’eccesso di debito passato dalla finanza agli stati deve ora passare dagli stati ai cittadini. Ci viene detto che le banche non possono fallire, gli stati non possono fallire, quindi piuttosto devono fallire i cittadini. È il senso dei tagli alle spese pubbliche, al welfare, ai servizi essenziali e ai diritti.Tutto questo con un’altra conseguenza molto interessante per mantenere in piedi il sistema attuale: la mancanza di risorse pubbliche diventa un alibi per un’ulteriore svendita ai privati dei servizi essenziali. Non ci sono i soldi per l’istruzione, la sanità, la ricerca, le pensioni e via discorrendo, perché c’è la crisi. Lo stato si fa da parte per mancanza di soldi, entrano i privati e la finanza. Ancora una volta ci viene spacciata come unica soluzione possibile l’esasperazione di alcune delle principali cause della crisi.


Diverse scelte di politica economica

Non è vero che le alternative non ci sono. Ammesso e non concesso che il debito vada pagato, l’unica strada possibile è il taglio delle spese, in accordo con la dottrina neoliberista imposta dalla Bce e dalle altre istituzioni internazionali? E ammesso e non concesso che si debbano tagliare le spese, davvero bisogna tagliare welfare e spese sociali? La manovra finanziaria riguarda l’uso delle nostre tasse, dei nostri soldi, per decidere il nostro futuro. Non è pensabile, in un sistema che si vuole democratico, che alcuni burocrati di Francoforte ci impongano misure pensate unicamente per compiacere la speculazione internazionale. Rimanendo alle poche scelte del nostro governo, non è pensabile che i cittadini non possano dire la loro rispetto alla decisione di spendere quindici miliardi di euro per acquistare dei cacciabombardieri, una cifra forse superiore per bucare la Val Susa contro il volere di un’intera comunità, mentre assistiamo a tagli all’istruzione, alla sanità, alla ricerca, alla cultura.Risalendo: e se per migliorare i conti pubblici invece di tagliare le spese aumentassimo le entrate? L’evasione fiscale in Italia supera i 150 miliardi di euro l’anno. È però difficile parlare di lotta all’evasione mentre il governo annuncia condoni fiscali. Al di là dell’evasione, perché l’Italia non segue i paesi e le istituzioni europee che chiedono l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per contrastare la speculazione e generare un gettito? Perché ancora oggi è così difficile parlare dell’introduzione di una tassa patrimoniale, mentre si decide di aumentare l’Iva? Sommando all’evasione fiscale il lavoro nero, i soldi della corruzione, quelli delle mafie, si scopre che oltre 500 miliardi di euro ogni anno sfuggono al fisco. In linea teorica, se queste somme fossero tassate come si tassa il lavoro, nel giro di poco più di un decennio l’Italia non avrebbe più nessun debito pubblico.


Il debito va comunque pagato?

Andando ancora a monte di un discorso su entrate e uscite: il debito va pagato ad ogni costo? Prima di fare fallire gli esseri umani forse dovrebbero fallire le persone giuridiche e in particolare le banche il cui capitale è costituito di azioni, ovvero capitale di rischio. Se le banche non possono fallire questo rischio viene meno, falsando i meccanismi di base della stessa finanza: le banche possono assumersi rischi sempre maggiori, nella certezza che se le cose vanno bene aumentano i profitti privati, quando si mettono male interviene il pubblico per socializzare le perdite. È possibile pensare una via d’uscita dalla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni continuando a premiare e garantire il sistema finanziario che ne è responsabile?E in seconda battuta devono potere fare default gli stati. Nella situazione in cui si trova l’Italia, con gli interessi sul debito che crescono più velocemente della ricchezza reale e prosciugano qualsiasi manovra finanziaria, un default guidato potrebbe essere una via d’uscita obbligata. È in ogni caso urgente avviare un dibattito senza preconcetti, prima che la situazione economica peggiori ulteriormente. Come primo passo è necessario un «audit» del debito, ovvero un esame della provenienza del debito pubblico italiano e di chi ne è oggi in possesso, per valutare quale parte va pagata, quale ristrutturata, quale eventualmente dichiarare in insolvenza.I casi di Islanda, Argentina ed Ecuador dimostrano che un default pilotato può essere una soluzione efficace per uscire da una situazione di grave crisi. Le conseguenze sarebbero pesanti, in particolare per le banche che detengono una parte rilevante del debito, e bisognerebbe probabilmente procedere a una nazionalizzazione di una parte del sistema bancario italiano, anche per garantire l’accesso al credito ai cittadini e alle imprese. In ogni caso un default guidato dal debitore, come nel caso dell’Islanda, è sicuramente da preferire a un default guidato dai creditori, come nel caso della Grecia.

Default e fallimento: decolonizzare l’immaginario

In ultimo, una considerazione più generale, che rimanda anche alla necessità di ripensare il linguaggio della finanza. Uno stato è in fallimento nel momento in cui, per tutelare i propri cittadini e il loro futuro, smette di pagare interessi agli speculatori internazionali? O al contrario uno stato che taglia le spese per la scuola pubblica e la ricerca, uno stato che chiude ospedali e teatri, uno stato che non riesce a dare lavoro ai giovani e mantiene privilegi inaccettabili è già uno stato in fallimento? E se uno stato è già in fallimento, che senso ha continuare a pagare il debito?Un discorso analogo potrebbe ripetersi per un altro termine che ci sentiamo ripetere continuamente, ovvero il rischio di default di interi paesi. Se questo rischio è effettivamente reale e avrebbe conseguenze molto pesanti per i cittadini, cosa succederebbe in caso di default dell’intero pianeta, e non in ambito meramente finanziario? In qualche modo questa situazione è reale. L’intero pianeta è in default dal 27 settembre del 2011. Il 27 settembre è stato l’overshoot day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse che la natura mette a disposizione in un intero anno in maniera sostenibile. In meno di nove mesi abbiamo mangiato tutti i pesci, abbattuto tutti gli alberi, inquinato e prodotto rifiuti per quanto la pur enorme capacità di vita e di rigenerazione della Terra è in grado di sopportare in un intero anno. Rimanendo con una metafora in ambito finanziario, abbiamo consumato in nove mesi tutti gli interessi che la Terra produce, gli ultimi tre mesi li viviamo intaccando il capitale. E mentre noi consumiamo sempre di più, il capitale di specie viventi e di biodiversità continua a ridursi. Mentre la politica e i media continuano a preoccuparsi di compiacere e salvare i mercati finanziari, quanta attenzione e quante risorse sono dedicate a salvaguardare l’unico pianeta che abbiamo?
I cittadini italiani sono chiamati a fare sentire la propria voce per cambiare questo stato di cose, per uscire dalla visione miope secondo cui «non c’è alternativa». Le alternative ci sono, e non ci sono difficoltà tecniche quanto una mancanza di coraggio e di volontà politica a realizzarle. È allora dal basso che dobbiamo iniziare a riappropriarci di ciò che è nostro. Come accennato, la gran parte dei soldi che alimenta la speculazione finanziaria proviene dai nostri risparmi, dai nostri fondi di investimento e fondi pensione.È necessario ma non più sufficiente orientare i nostri consumi su prodotti meno inquinanti o prodotti secondo criteri di responsabilità sociale. Un analogo cambiamento di rotta deve avvenire nel settore finanziario e creditizio, e dobbiamo essere noi tutti a farlo, dal basso, cambiando i nostri comportamenti.È necessario riportare la finanza alla sua funzione originaria. Non un fine in se stesso per produrre denaro dal denaro nel più breve tempo possibile ma un mezzo al servizio della società, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e in cui la trasparenza sia un valore fondamentale. Se non vogliamo più essere complici della crisi della quale siamo vittime mentre gli squali della speculazione vogliono continuare a giocare alla finanza-casinò, se non vogliamo più che i nostri risparmi siano utilizzati per prestiti e finanziamenti che danneggiano l’ambiente e violano i diritti umani, abbiamo un’alternativa semplice quanto efficace: non con i miei soldi.

04 maggio 2012

29 aprile 2012

Magnalonga San Piero a Sieve 2012 "camminando con maurizio" Eventi a Firenze
MAGNALONGA del Primo Maggi 2012
nel Mugello

Magnalonga San Piero a Sieve 2012 "camminando con maurizio" Eventi a Firenze
Golosa passeggiata nel verde del Mugello in compagnia di pane, vino, formaggio, salame, finocchiona .... ma anche tradizioni popolari, arte e musica. Ormai guinta alla 20° edizione questa passeggiata nei boschi del nostro Appennino (allietata durante il percorso dai posti tappa con i soliti assaggi dei prodotti enogastronomici di esclusiva produzione locale, accompagnati da vino Chianti Rufina e Pomino, all'ombra dei nostri alberi) dalla frazione di Campomigliaio (San Piero a Sieve) con la collaborazione del locale Circolo S.M.S. e della sezione soci dell'Unicooop di Borgo San Lorenzo.
Sono previsti due itinerari uno medio (di circa 12 km) che visiterà le località di Spugnole, castello del Trebbio, Taglaiferro per ritornare a Campomigliaio, mentre il secondo (di circa 20 km) visiterà altre località sino alla fonte di Moca, pineta del Trebbio, Valfiorana, san Giovanni in Petroio per ritornare nuovamente a Campomigliaio. Al termine della manifestazione è previsto un pranzo/merenda.
La partenza è fissata il 1° maggio dalla stazione ferroviaria di Campomigliaio dalle 9,30 alle 10,30 ed è richiesta la prenotazione al cell. 345-9923146 o e-mail fmegli@libero.it

La Magnalonga 2012 viene organizzata a favore dei progetti umanitari in Costa d’Avorio,
India, Saharawi e Fondo etico e sociale delle Piagge di Firenze

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23 aprile 2012

16 aprile 2012

11 aprile 2012

Riprendiamoci la Cassa Depositi e Prestiti

di Marco Bersani

L’analisi espressa, con usuale lucidità, da Guido Viale nel suo articolo "La Grecia siamo noi" (il manifesto del 17/2/2011), andrebbe a mio avviso integrata con una riflessione da aprire a tutto campo su come sia possibile finanziare i necessari cambiamenti che volenti perché collettivamente ci riprendiamo in mano il nostro destino – o nolenti – se continuiamo a credere alle favole del governo dei professori dovremo affrontare. A chi continua a ripetere come un mantra «i soldi non ci sono» occorre certo rispondere con l’argomentazione che una diversa finalizzazione della fiscalità generale – drastica riduzione delle spese militari in primis – renderebbe disponibili risorse oggi non utilizzabili. Ma allo stesso tempo occorre contestare l’assunto in quanto palesemente falso. Perché i soldi ci sono, sono tanti e più che sufficienti per invertire la rotta, chiudendo definitivamente con le politiche liberiste e iniziando a costruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettivi, sulla riappropriazione sociale dei beni comuni, sulla riconversione ecologica e democratica dell’economia.
Dodici milioni di persone affidano i propri risparmi a Poste Italiane, attraverso i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi. La massa di questi risparmi viene raccolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che, dalla sua nascita nel 1860 e fino al 2003, la utilizzava per permettere agli enti locali territoriali di poter fare investimenti con mutui a tasso agevolato. Nel 2003, la Cassa Depositi e Prestiti è stata tramutata in società per azioni e nel suo capitale societario sono entrate (30%) le fondazioni bancarie. Da allora, la Cassa Depositi e Prestiti si è progressivamente trasformata in una merchant bank che continua a finanziare gli enti locali ma a tassi di mercato e che investe in diversi fondi con finalità di profitto. La massa di denaro mossa annualmente dalla Cassa Deposti e Prestiti è enorme: circa 250 miliardi di euro, con una liquidità disponibile di quasi 130 miliardi di euro; si tratta di gran lunga della “banca” più solida e nello stesso tempo più “liquida” del Paese. E allora alcune riflessioni diventano necessarie.

1. La natura di bene comune della Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente dalla provenienza del suo ingente patrimonio, che per oltre l’80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio dei lavoratori e dei cittadini di questo Paese. Tale natura è del resto anche giuridicamente sostenuta dall’art.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni ) che così recita: «I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono servizio di interesse economico generale . Il paradosso risiede nel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata (30%) è appannaggio delle fondazioni bancarie, facendo sorgere un’inevitabile prima domanda: come possono un ente di diritto privato (tale è la SpA) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazioni bancarie, decidere per l’interesse generale?

2. Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello “tradizionale” relativo al finanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in SpA, questa attività deve avvenire assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti. Come recita l’art. 30 dello Statuto della società «Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio (..) saranno assegnati (..) alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esse rappresentato». E la relazione annuale societaria, relativa al 2010, dichiara con soddisfazione la chiusura del bilancio con un utile netto di 2,7 miliardi di euro, nonché il fatto di aver garantito agli azionisti, dall’avvenuta privatizzazione ad oggi, un rendimento medio annuo superiore al 13%. Se l’unità di misura delle scelte di investimento è la redditività economica delle stesse, è evidente il “vulnus” di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico.

3. Altrettanto paradossale appare il fatto che, con la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti, siano state proprio le fondazioni bancarie quelle chiamate a partecipare al capitale sociale della nuova società per azioni. Le fondazioni bancarie sono spesso i principali azionisti delle banche di riferimento, con le quali la Cassa Depositi e Prestiti fino ad allora competeva, fornendo agli enti pubblici risorse finanziarie a condizioni più convenienti. Sarà forse un caso che da allora, attraverso una scelta di elevati tassi di interesse sui mutui accesi, le condizioni di finanziamento privilegiato da sempre rivolte agli enti pubblici siano progressivamente svanite, spalancando le porte degli stessi all’indebitamento coi mercati finanziari?

4. Se più dell’80% delle entrate della CDP SpA deriva dal risparmio dei lavoratori e dei cittadini, si pongono problemi rilevanti di diritto all’informazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti. Se infatti per 150 anni la destinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era scontata (e tacitamente condivisa dai cittadini “prestatori”), con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile di democrazia partecipativa: i lavoratori e i cittadini devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipare all’indirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere , ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi.

5. Appare sempre più evidente come Cassa Depositi e Prestiti SpA, pur continuando a raccogliere i fondi dal risparmio dei cittadini e dalle necessità di investimento degli enti locali territoriali, sia oggi un vero e proprio fondo sovrano, con un intervento a largo raggio nell’economia e sui mercati finanziari di tutto il mondo Quella stessa economia e finanza di mercato messa alle corde dalla crisi sistemica in corso e dalla perdita di consenso fra le persone, come i referendum sull’acqua e i beni comuni dello scorso giugno hanno pienamente dimostrato. D’altronde , i temi della riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni da una parte e di una nuova finanza pubblica dall’altra sono fra loro strettamente connessi: chiedendo la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, il movimento per l’acqua afferma le necessità di una nuova fiscalità generale e di nuovi strumenti di finanza pubblica; allo stesso modo, la rivendicazione di una nuova finanza pubblica rimanda immediatamente a beni comuni da affermare come indisponibili al mercato e a servizi pubblici di qualità da garantire a tutte e tutti. Sono tutte riflessioni che hanno indotto Attac Italia e molti altri soggetti singoli e associativi ad avviare lo studio di una campagna per la socializzazione del sistema creditizio e per la riutilizzazione con finalità sociali e ambientali dell’enorme quantità di soldi raccolta dalla Casa Depositi e Prestiti e oggi destinata a ben altri scopi. Riappropriarsi collettivamente di questo denaro diviene la precondizione per poter indirizzare e finanziare il cambiamento necessario, immaginare un’altra uscita dalla crisi, rendere effettiva la ripubblicizzazione di beni comuni come l’acqua, realizzando concretamente quanto deciso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con la straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011. Tutti assieme è possibile.

Fonte: il manifesto del 19 febbraio

28 marzo 2012

Alex Zanotelli: ritirate i vostri soldi, controllate la vostra banca

(Napoli 22 marzo 2012) - In questo periodo quaresimale sento l'urgenza di condividere con voi una riflessione sulla ‘tempesta finanziaria' che sta scuotendo l'Europa , rimettendo tutto in discussione :diritti, democrazia, lavoro....In più arricchendo sempre di più pochi a scapito dei molti impoveriti.Una tempesta che rivela finalmente il vero volto del nostro Sistema: la dittatura della finanza.
L'Europa come l'Italia è prigioniera di banche e banchieri. E' il trionfo della finanza o meglio del Finanzcapitalismo come Luciano Gallino lo definisce :"Il finanzcapitalismo è una mega-macchina ,che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni, allo scopo di massimizzare e accumulare sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia del maggior numero di esseri umani sia degli eco-sistemi."

Estrarre valore è la parola chiave del Finanzcapitalismo che si contrappone al produrre valore del capitalismo industriale, che abbiamo conosciuto nel dopoguerra. E' un cambiamento radicale del Sistema!

Il cuore del nuovo Sistema è il Denaro che produce Denaro e poi ancora Denaro.Un Sistema basato sull'azzardo morale, sull'irresponsabilità del capitale , sul debito che genera debito.E' la cosidetta "Finanza creativa" , con i suoi ‘pacchetti tossici' dai nomi più strani(sub-prime, derivati,futuri, hedge-funds...) che hanno portato a questa immensa bolla speculativa che si aggira, secondo gli esperti, sul milione di miliardi di dollari! Mentre il PIL mondiale si aggira sui sessantamila miliardi di dollari. Un abisso separa quei due mondi:il reale e lo speculativo. La finanza non corrisponde più all'economia reale. E' la finanziarizzazione dell'economia.

Per di più le operazioni finanziarie sono ormai compiute non da esseri umani, ma da algoritmi, cioè da cervelloni elettronici che, nel giro di secondi, rispondono alle notizie dei mercati. Nel 2009 queste operazioni, che si concludono nel giro di pochi secondi, senza alcun rapporto con l'economia reale, sono aumentate del 60% del totale. L'import-export di beni e servizi nel mondo è stimato intorno ai 15.000 miliardi di dollari l'anno. Il mercato delle valute ha superato i 4.000 miliardi al giorno: circolano più soldi in quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell'economia reale. E' come dire che oltre il 90% degli scambi valutari è pura speculazione.

Penso che tutto questo cozza radicalmente con la tradizione delle scritture ebraiche radicalizzate da Gesù di Nazareth.Un insegnamento, quello di Gesù, che ,uno dei nostri migliori moralisti,don Enrico Chiavacci, nel suo volume Teologia morale e vita economica , riassume in due comandamenti, validi per ogni discepolo:" Cerca di non arricchirti " e "Se hai, hai per condividere."

Da questi due comandamenti , Chiavacci ricava due divieti etici: "divieto di ogni attività economica di tipo eslusivamente speculativo" come giocare in borsa con la variante della speculazione valutaria e "divieto di contratto aleatorio". Questo ultimo ,Chiavacci lo spiega così :" Ogni forma di azzardo e di rischio di una somma, con il solo scopo di vederla ritornare moltiplicata, senza che ciò implichi attività lavorativa, è pura ricerca di ricchezza ulteriore." Ne consegue che la filiera del gioco, dal ‘gratta e vinci' al casinò ,è immorale.

Tutto questo , sostiene sempre Chiavacci ," cozza contro tutta la cultura occidentale che è basata sull'avere di più. Nella cultura occidentale la struttura economica è tale che la ricchezza genera ricchezza".

Noi cristiani d'Occidente dobbiamo chiederci cosa ne abbiamo fatto di questo insegnamento di Gesù in campo economico-finanziario. Forse ha ragione il gesuita p.John Haughey quando afferma :"Noi occidentali leggiamo il vangelo come se non avessimo soldi e usiamo i soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo." Dobbiamo ammettere che come chiese abbiamo tradito il Vangelo , dimenticando la radicalità dell'insegnamento di Gesù :parole come " Dio o Mammona,"o il comando al ricco:"Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri".

In un contesto storico come il nostro, dove Mammona è diventato il dio-mercato, le chiese, eredi di una parola forte di Gesù, devono iniziare a proclamarla senza paura e senza sconti nelle assemblee liturgiche come sulla pubblica piazza.

L'attuale crisi finanziaria "ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala-così afferma il recente Documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace( Per una riforma del Sistema finanziario e monetario internazionale). Nessuno può rassegnarsi a vedere l'uomo vivere come ‘homo homini lupus' ".

Per questo è necessario passare, da parte delle comunità cristiane, dalle parole ai fatti, alle scelte concrete, alla prassi quotidiana:"Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore' entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio".(Matteo, 7,21)

Come Chiese,dobbiamo prima di tutto chiedere perdono per aver tradito il messaggio di Gesù in campo economico-finanziario, partecipando a questa bolla speculativa finanziaria (il grande Casinò mondiale).

Ma pentirsi non è sufficiente, dobbiamo cambiare rotta, sia a livello istituzionale che personale.
A livello istituzionale(diocesi e parrocchie):
-promuovendo commissioni etiche per vigilare sulle operazioni bancarie ;
-invitando tutti al dovere morale di pagare le tasse;
-ritirando i propri soldi da tutte le banche commerciali dedite a fare profitto sui mercati internazionali;
-investendo i propri soldi in attività di utilità sociale e ambientale, rifiutandosi di fare soldi con i soldi ;
-collocando invece i propri risparmi in cooperative locali o nelle banche di credito cooperativo;
-privilegiando la Banca Etica, le MAG (Mutue auto-gestione) o le cooperative finanziarie.
-rifiutando le donazioni che provengono da speculazioni finanziarie, soprattutto sul cibo, come ha detto il Papa nel suo discorso alla FAO.

A livello personale ogni cristiano ha il dovere morale di controllare:
-in quale banca ha depositato i propri risparmi;
-se è una" banca armata", cioè investe soldi in armi;
-se partecipa al grande casinò della speculazione finanziaria;
-se ha filiali in qualche paradiso fiscale;
-se ottiene i profitti da ‘derivati' o altri ‘pacchetti tossici'.

"Le banche ,che dopo aver distrutto la nostra economia, sono tornate a fare affari- scrive il pastore americano Jim Wallis- devono ricevere un chiaro messaggio che noi troviamo la loro condotta inaccettabile.Rimuovere i nostri soldi può fare loro capire quel messaggio."

Ha ragione don Enrico Chiavacci ad affermare: «Questa logica dell'avere di più e della massimizzazione del profitto si mantiene attraverso le mille piccole scelte, frutto di un deliberato condizionamento. Le grandi modificazioni strutturali, assolutamente necessarie, non potranno mai nascere dal nulla: occorre una rivoluzione culturale capillare. Se è vero che l'annuncio cristiano portò all'abolizione della schiavitù, non si vede perché lo stesso annuncio non possa portare a una paragonabile modificazione di mentalità e quindi di strutture. Il dovere di testimonianza, per chi è in grado di sfuggire a una presa totale del condizionamento, è urgente».

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!

Alex Zanotelli

27 marzo 2012

GENERAZIONE NON MUTUABILE; la nuova inchiesta di Saverio Tommasi

Accendere un mutuo sufficiente all'acquisto di una casa, oggi, è una sfida impossibile, a meno di non avere uno o più garanti. In altre parole siamo la prima generazione che lascerà ai propri figli meno di quanto ha ricevuto dai padri (e dalle madri). Indipendentemente dalla buona volontà e dalla voglia di lavorare, ottenere un mutuo senza garanti (genitori, moglie, sorella...) oggi è un'impresa che, se mai una persona riuscisse a vincere, dovrebbe scontare la vittoria con rate per trenta o quarant'anni, in cambio di un appartamento piccolo e in periferia.Il fatto è questo: le principali banche, che pure continuano a ricevere soldi in prestito all'1% dalla Banca Centrale Europea, erogano credito ai propri clienti solo in casi eccezionali. Il motivo è che quei soldi gli servono per le ricapitalizzazioni e la formazione di liquidità. Che significa? Niente, se non che a rimanere fregati siamo sempre noi, la prima generazione non mutuabile.
 
La nuova video inchiesta di Saverio Tommasi su:
 
Contatti:

19 marzo 2012

JAK Bank, la banca senza interessi

Quando ero ragazza abitavo in un quartiere di Padova, in periferia. Alla fine della mia strada c’era una “fiaschetteria”, un posto dove si vendeva vino sfuso e non ricordo che altro, non proprio un bar, forse oggi si chiamerebbe “enoteca”.
Alla fiaschetteria la domenica mattina si raccoglievano i soldi della “cassa peota”, una sorta di banca di quartiere. In pratica l’oste, o qualcuno considerato persona onesta, aveva il compito di raccogliere i piccoli risparmi delle famiglie, per esempio un po' di denaro che le donne riuscivano a mettere da parte dalla spesa della settimana. Ricordo che mia madre mi dava 5/10mila lire che portavo alla fiaschetteria, dove mi davano una ricevuta; una volta all’anno, poi, tutti si ritrovavano per una cena, oppure si organizzavano vacanze particolarmente convenienti, ecc.
Ma in realtà la cassa peota serviva soprattutto in caso di necessità o in quei mesi dell’anno particolarmente critici come settembre, quando iniziavano le scuole e bisognava comperare i libri, o quando si voleva andare in vacanza e bisognava pagare l’affitto della casa al mare. Si andava dall’oste, si esponeva il caso e questi dava il prestito che si restituiva un po’ alla volta, sempre con pochi soldi la domenica mattina.
La cassa peota non si sostituiva alla banca, ma era una sorta di cassa comune del quartiere, gestita da una persona di fiducia che sapeva far fruttare qualche interesse (perché l’unione fa la forza e pochi soldi di ognuno diventavano cifre interessanti quando si era in tanti e gli interessi bancari al tempo erano un po’ più alti), e che serviva ad avere un prestito veloce e senza tante garanzie e aperture di pratiche complicate. Che il debito sarebbe stato onorato era indubbio, ne andava del buon nome e della reputazione del richiedente. Inoltre l’oste conosceva vita, morte e miracoli di tutti e sapeva come gestire i prestiti.
Insomma, era una buona pratica: come l’acquisto collettivo della carne o la raccolta delle olive in altre parti d’Italia.
Negli anni la cassa poeta è scomparsa, peccato.
Oggi la “questione banche” è sempre più all’ordine del giorno, abbiamo l’impressione, e chissà se poi è solo un’impressione, di essere invischiati in un circolo vizioso in cui in un modo o nell’altro abbiamo sempre a che fare con questo organismo che viviamo come un nemico, qualcuno che per darci soldi in prestito ne chiede a garanzia mille volte di più, che per ogni operazione anche minima chiede commissioni altissime ecc.
Ma non in tutti i Paesi è così, in Svezia, per esempio esiste la JAK Bank, JAK è un acronimo in lingua svedese: Jord, Arbete, Kapital. In italiano Terra, Lavoro, Capitale, tre elementi di base del sistema economico.
JAK Medlemsbank è una banca che opera in Svezia dal 1973 e che ha una caratteristica molto particolare: i risparmiatori non ricevono interessi sul capitale versato, mentre coloro che prendono prestiti pagano unicamente una commissione, corrispondente ai costi di gestione della banca.
Insomma, come afferma una teoria economico-finanziaria, il denaro è stato inventato e va utilizzato allo scopo di migliorare la qualità della vita degli esseri umani, e dunque - secondo la filosofia che guida l'azione della JAK - è necessario superare il dogma del tasso di interesse.
Pensate che vi sono modelli matematico-economici realizzati da economisti svedesi e tedeschi (Margrit Kennedy in testa) dove si evidenzia che circa il 90% delle persone paga in media, di interessi, più di quanto riceve.
E questo vale sia che si prenda in considerazione un lasso di tempo limitato (ad esempio, un anno), sia che si consideri la vita intera della persona.
In altre parole, il bilancio tra interessi passivi (pagati su mutui e altri prestiti, principalmente per beni di consumo e per avviare/espandere attività imprenditoriali), interessi occulti (costi del credito che tutti gli operatori della filiera produttiva portano inevitabilmente nei prezzi dei prodotti) e interessi attivi (sui conti correnti e reddito da capitale in generale) è negativo per il 90% delle persone, e positivo per il 10% circa.
Questo processo conduce al progressivo impoverimento del 90% della popolazione: più una persona è povera, più, nel corso della propria vita, avrà bisogno di prendere prestiti; più una persona è ricca, meno ne avrà bisogno e, anzi, più guadagnerà in interessi, in virtù del solo fatto di possedere denaro.
JAK è dunque non solo un progetto importante ma anche una nuova immagine di banca, gestita da persone (ogni socio gode di un voto nell’assemblea) che mettono a disposizione di altre persone i propri risparmi e dove la perdita di potere d'acquisto derivante dall'inflazione è ampiamente compensata dall'assenza di interessi passivi
Non ricevi interessi, non paghi interessi… semplice no?
Nel caso della JAK Medlemsbank, a gestire il sistema sono i dipendenti. Come dicevamo, chi prende una somma in prestito paga una commissione, con la quale si coprono gli stipendi, e che in piccola parte serve a mantenere un “fondo di sicurezza” da utilizzare nel caso di perdite, e per finanziare attività di ricerca e sviluppo.
L'esperienza svedese sta dimostrando che il modello può funzionare! La JAK in Svezia è dotata di un capitale sociale di oltre sei milioni di euro, ha 30 dipendenti, nessuno sportello al pubblico ma efficaci servizi di home-banking sul web e di assistenza telefonica. Una rete di circa 400 volontari è impegnata nella promozione del modello in tutto il Paese e nelle attività di consulenza, formazione ed educazione nei confronti dei cittadini sul tema del risparmio e del consumo critico. I clienti/soci operano mediante il “sistema di risparmio e prestito bilanciato libero da interessi” (the balanced savings and loan system interest-free). A garantire la liquidità del sistema è il meccanismo dei “punti risparmio”: punti che si accumulano nei periodi in cui il socio effettua depositi e si decrementano nei periodi in cui accede al finanziamento.
Il “punto risparmio” è l’unità di misura monetaria moltiplicata per un mese (ad esempio una persona che deposita un euro per un mese ha maturato un punto risparmio; una persona che chiede 100 euro per due mesi dovrà rifondere 200 “punti risparmio”). Affinché il sistema sia sostenibile, è necessaria dunque l’uguaglianza tra i “punti risparmio guadagnati" e i “punti risparmio spesi”. Al momento dell’accensione del prestito, se i punti accumulati non sono sufficienti a compensare quelli che il prestito consumerà, il socio si obbliga a effettuare un deposito aggiuntivo sul proprio conto, attuando così il meccanismo del “post-risparmio” durante il periodo di rimborso e mantenendo in equilibrio il sistema.
I finanziamenti sono erogati dietro presentazione di una cauzione pari al 6% della somma erogata, che viene restituita al buon fine del piano di rientro. In caso di mancato pagamento, prima di procedere con le tradizionali iniziative per il recupero, intervengono azioni tipiche della filosofia cooperativa attraverso la dilazione dei pagamenti, la sospensione dei pagamenti per un periodo o l’intervento di altri soci che prestano i propri punti risparmio. La banca non carica o paga interessi sui suoi prestiti/risparmi. Tutte le attività della banca avvengono fuori dal mercato finanziario poiché i suoi prestiti sono finanziati solamente dai risparmi dei soci.
Con il modello JAK la banca torna alla propria funzione principale: raccogliere danaro e ridistribuirlo per assolvere semplicemente al servizio del credito. Il credito è comunque erogato nel rispetto delle garanzie richieste dall’organo di vigilanza; una particolare attenzione è data alle economie dei territori e ai progetti legati alla crescita sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
Un’altra importante componente dell’azione JAK è la diffusione di cultura e consapevolezza rispetto ai processi economici. L’idea di base è che i meccanismi dell’economia sono in realtà molto più semplici di quanto non si creda comunemente, e che ogni persona deve essere in grado di discutere di questioni economiche.
Il progetto JAK si è concretizzato in esperienze distinte nello spazio e nel tempo: la prima in realtà fu in Danimarca, dove un’associazione JAK realizzò diversi esperimenti negli anni ’30 e successivi. In Svezia, come dicevamo, questo sistema di risparmio e prestiti nato nel 1973 si è evoluto nella JAK Medlemsbank, che nel 2011 contava 38.000 soci.
Se ne comincia finalmente a parlare anche in Italia, dove un gruppo di persone, da settembre 2008, si sta impegnando per concretizzare un sistema JAK di risparmio e prestiti.
Per maggiori informazioni e per iscriversi all’Associazione Jak Italia vedi al sito http://www.jakitalia.it/, c’è anche un video molto semplice che spiega il meccanismo di questa banca che ci sembra un po’ più “umana”. Anche in questo caso l’unione fa la forza, se l’Associazione avrà seguito, l’esperienza Jak si può concretizzare anche nel nostro Paese, hai visto mai che ritorni la cassa peota?
Buona fine settimana!

Gabriella Canova

12 marzo 2012

04 marzo 2012

L'isola che non c'è (centro gioco educativo)

“L'isola che non c'è” adesso esiste davvero...
Si trova in Via Liguria al numero 11.
La sua presenza è discreta ma non sfugge ad occhi attenti, che sanno andare oltre l'apparente realtà e che sanno guardarsi intorno con curiosità.
E' uno spazio a misura di bambini molto piccoli (18-36 mesi) che hanno avuto la forza di ispirare tanti ad intraprendere un viaggio lungo quasi tre anni per arrivare alla sua realizzazione.
Il cammino non è stato semplice. Rendere concreta un'idea così “fantastica“ non è stato, e continua ad essere, per niente facile.
La burocrazia del sistema in cui viviamo ha rallentato tante volte il passo, ma non ha scoraggiato chi quel sogno ce l'aveva dentro.
Da Settembre 2011 i colori del Centro Gioco Educativo “l'isola che non c'è” riscaldano le mattine di circa cinque bambini.
Se aveste il tempo e la voglia di sbirciare vi rendereste subito conto di essere capitati in un luogo magico dove la vita si “gioca” ogni giorno, dove non si parla di pace perché la guerra non c'è, dove non ci si difende perché nessuno rappresenta una minaccia, dove i sorrisi sono sempre spontanei e veri e le lacrime rimangono prigioniere delle ciglia giusto il tempo di ripensare un altro momento felice. In questo luogo, sospeso fra realtà e fantasia, gli animali parlano e fanno il girotondo insieme ai bambini e condividere il tempo di un biscotto mangiato insieme diventa una vera festa.
Grazie alle persone che hanno sostenuto e sosterranno la realizzazione di questo progetto. Grazie a tutti quelli che hanno dedicato del tempo e contribuiranno a mantenere vivo un sogno, perché c'è continuamente bisogno di sostegno e fiducia reciproci. L'adulto spesso dimentica di essere stato bambino “e ti prendono in giro se continui a cercarla ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”.

Maria V.

Anche quest’anno, grazie al contributo dell’Autotassazione, i soci del Fondo Etico e Sociale delle Piagge oltre a far esistere e resistere questa esperienza di microcredito di prossimità e finanza critica, contribuiranno a rendere possibile il progetto dell’ Isola…..che adesso c’è.

26 febbraio 2012

PROGETTO AUTOTASSAZIONE 2012


Cara socia, caro socio,


anche quest’anno ti proponiamo di aderire al progetto di autotassazione presentato e approvato dall’assemblea dei soci nel 2010.

La proposta di autotassarci era emersa sia per riuscire a far fronte alle spese di gestione del Fondo Etico, ma soprattutto per permettere alle persone che richiedono un prestito di non pagare gli interessi in quanto uno dei principi del Fondo Etico è proprio quello che dal denaro non si può fare altro denaro. Attualmente la cooperativa finanziaria a cui ci appoggiamo, Mag 6, applica un tasso di interesse del 3% su ogni prestito.

Quello che ti proponiamo, sempre se sei d’accordo in quanto la partecipazione è volontaria, è di rinunciare ad un caffè al mese, ovvero a 3 centesimi al giorno, che sono quelle piccole monetine che spesso perdiamo o dimentichiamo in fondo alle tasche. Se ognuno di noi partecipasse con almeno 1 euro al mese, in fondo all’anno potremo raggiungere la cifra di circa 2000 euro, che coprirebbe gran parte degli interessi richiesti.

L’aspetto rivoluzionario di questa proposta è proprio quello di rovesciare il concetto di finanza: non avere del denaro perché presto i miei soldi, ma pagare per avere il privilegio di prestare; in sostanza avere il privilegio di partecipare direttamente ad un atto di giustizia e cioè al processo di ridistribuzione della ricchezza.

Ci piace sottolineare che non consideriamo l’autotassazione una donazione o un gesto di beneficenza, ma piuttosto lo strumento che permette al Fondo Etico di operare in autogestione e svincolato dalle logiche bancarie e che consente alle persone che vi partecipano di essere parte attiva di un cambiamento reale.

In questi due anni sempre più persone hanno aderito al progetto e siamo passati da 712,03 euro raccolti nel 2010 a 1065,11 euro raccolti nel 2011.

Aspettiamo il tuo contributo, se puoi e per quanto puoi.



La commissione del Fondo Etico

14 febbraio 2012

ASSEMBLEA DEI SOCI

DEL

FONDO ETICO E SOCIALE DELLE PIAGGE


SABATO 25 FEBBRAIO 2012 ore 17,30


 
Centro Sociale “IL POZZO”
via Lombardia, 1/p tel. 055373737
 


L'Assemblea è aperta a tutte le persone interessate
alla fine dell’assemblea per chi lo desidera è prevista una cena conviviale condivisa

25 gennaio 2012

I costi invisibili della politica

di PAOLO CACCIARI

Per “costi della politica” solitamente si intendono i denari che l’erario deve sborsare direttamente per sostenere la paga e gli annessi benefici della “casta” dei politici; eletti e/o nominati nel sottobosco degli apparati pubblici. Ma questi sono solo la punta di un iceberg che nasconde altri e ben più grandi costi “indiretti” che la collettività deve sobbarcarsi in aggiunta. Penso alla corruzione legale – se così posso chiamarla – che il sistema delle imprese mette in atto attraverso i suoi apparati di pressione lobbistica ed elettorale.
Ho attinto qua e là da diverse fonti (Peter Bares, Capitalismo 3.0, Loretta Napoleoni e Noam Chomsky in vari pezzi pubblicati su “Internazionale”, Andrea Baranes dal sito www.sbilanciamoci.info, Matteo Cavallito sulla rivista della Banca Etica “Valori”, Maurizio Ricci su Repubblica, Claudio Gatti su il Sole-24 Ore e da varie agenzie stampa) e ne viene fuori un quadro spaventoso per la credibilità della democrazia rappresentativa a partire dal “modello” americano, rigidamente bipolare e con “scelta” nominale dei candidati.
L’ “industria dei gruppi di pressione” (le agenzie di lobbying) negli Usa ha un fatturato di 6 miliardi di dollari l’anno e da lavoro a 35.000 addetti (17.000 accreditati solo a Washington). Alcuni esempi: la NBNA (carte di credito) ha speso per attività di lobbying 17 milioni di dollari in cinque anni. L’industria del legname 8 milioni di dollari e le miniere del carbone 3,4 milioni solo nella ultima campagna elettorale presidenziale. Le compagnie elettriche 20 milioni. I petrolieri 35 milioni. L’industria farmaceutica mantiene un organico di 2 lobbisti per ogni membro del parlamento (chissà se anche questi li chiamano “informatori scientifici”?). Le banche schierano 2,4 lobbisti per ogni membro del parlamento e spendono 600 milioni di dollari per convincere i parlamentari a prendere decisioni a loro favore. Le assicurazioni sanitarie nell’anno della quasi-riforma di Obama (il 2010) hanno speso 300 milioni di dollari.
Nella passata campagna elettorale per le presidenziali Barak Obama ha avuto 800 milioni di dollari, il suo antagonista Mc Cain 400 milioni. Le principali banche di Wall Street, mentre agonizzavano nella crisi finanziaria del 2008, trovavano comunque il modo di versare a Democratici e Repubblicani cifre enormi: 6 milioni di dollari la Goldman Sachs, 5 miliardi la Citigroup, 4 miliardi la JP Morgan, 3 la Merrill Lynch. E via di seguito. Come si sa, tale disinteressata generosità portò l’amministrazione statunitense ad assumere la decisione di salvare dalla bancarotta il sistema finanziario impegnando i denari dei contribuenti e stampando banconote.
Si dice che il budget raccolto da Obama per la prossima campagna elettorale di novembre abbia già superato il miliardo di dollari. Mitt Romney gli sta dietro e si prospetta la più costosa competizione elettorale di tutti i tempi.
“Le elezioni – ha scritto Chomsky – sono l’occasione in cui gruppi di investitori si coalizzano per controllare lo stato”. La democrazia nell’era della politica-spettacolo e del controllo dell’opinione pubblica tramite i mass media è in mano delle imprese. Il costo delle elezioni è salito alle stelle. Ha osservato Thomas Ferguson: “i partiti Usa al Congresso mettono il cartellino del prezzo ai posti chiave del processo legislativo”.
A proposito della sentenza della Corte Suprema che permette alle imprese di finanziare le campagne elettorali, il New York Times ha scritto che la decisione “permetterà alle aziende di usare la loro immensa ricchezza per condizionare i risultati delle elezioni”.
Anche le compagnie petrolchimiche europee hanno finanziato alcuni senatori statunitensi scettici sui pericoli del riscaldamento climatico in occasione dell’ultima campagna elettorale di metà mandato: la Bayer ha speso 108.000 dollari, la Basf 61.000, la BP 25.000, la Solvay, 40.000 la Gdf/Suez 21.000, la Lafarge 34.000. E così via. Tutto registrato e trasparente.
In Europa le cose non vanno affatto meglio. A Bruxelles i lobbisti accreditati sono 15.000. Ci sono deputati che si affidano ai loro servizi per scrivere leggi, preparare emendamenti, formulare interrogazioni. In coerenza con i processi di privatizzazione, potremmo dire che è avvenuta la esternalizzazione dei portaborse e, più in generale, dei partiti. Ad esempio è stato calcolato che il Labour Party in Gran Bretagna riceve un quarto delle sue risorse da 37 grandi sponsor, che non sono i sindacati, ma imprese commerciali.
Dell’Italia non parliamone. Si stima che i lobbisti a Roma siano 1.200 facenti capo a varie agenzie “specializzate” di Public Affair Manager, ma non c’è una normativa, né un registro. Affollano le anticamere delle commissioni parlamentari, degli assessorati, delle presidenze. Mancano serie inchieste su quello che fanno. Forse perché c’è meno trasparenza (anche se i bilanci dei partiti, con i nomi dei relativi finanziatori per importi superiori ai 50 mila euro, vengo pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale ogni anno), forse perché le stesse imprese che finanziano i partiti editano anche i giornali.
Insomma, la politica, per le grandi imprese, rappresenta un sottomercato nel gran gioco dell’economia. E c’è ancora qualche ingenuo che crede di poter scegliere chi votare, magari attraverso primarie e preferenze, come se i candidati capaci di emergere alla luce dei riflettori delle televisioni non fossero pesantemente sponsorizzati ed etero diretti.
E’ evidente che le enormi cifre che le grandi imprese, singolarmente e/o consorziate tra loro in “cartelli”, mettono a bilancio per far vincere le elezioni a questo o a quel candidato rappresentano dei veri e propri costi di produzione delle merci e dei servizi che contribuiscono a far lievitare il loro prezzo al consumo. Una specie di pizzo che dobbiamo pagare ogni volta che acquistiamo una merce. Insomma, si tratta di costi che alla fine vengono pagati dai cittadini nella veste di consumatori che si aggiungono a quelli che già pagano nella veste di cittadini-elettori per il finanziamento pubblico dei partiti e dei deputati.
Lo scandalo più grosso – e più pericoloso per la credibilità della democrazia – a me pare proprio questo: i denari pubblici a carico dell’erario possono essere giustificati solo se servono a garantire al decisore politico la assoluta autonomia e indipendenza dagli interessi economici in campo. Cioè, a tener fuori dalla porta dei partiti e dei parlamenti le lobby.
Ha scritto Arundhati Roy (Quando arrivano le cavallette, Guanda, 2009) a proposito del crepuscolo della democrazia: “Che cosa ne abbiamo fatto della democrazia? In che cosa l’abbiamo trasformata? Che succede una volta che si è consumata, svuotata, privata di senso? Cosa succede quando ciascuna delle sue istituzioni si è fatta metastasi fino a trasformarsi in una entità maligna e pericolosa? Cosa succede ora che capitalismo e democrazia si sono fusi in un unico organismo predatorio dell’immaginazione limitata e costretta, incentrata quasi esclusivamente sull’idea della massimizzazione del profitto? (…) Viene da chiedersi se sia rimasto qualche legame tra elezioni e democrazia”.

http://www.democraziakmzero.org/

18 gennaio 2012

Tradimento Monti - Salviamo il referendum dell'acqua

di ALEX ZANOTELLI

Era il 13 giugno, esattamente 7 mesi fa, quando 26 milioni di italiani/e sancivano l’acqua bene comune: ”Ubriachi eravamo di gioia… le spalle cariche dei propri covoni!" (Salmo, 126). E oggi, 13 gennaio ritorniamo a “seminare nel pianto...” (Salmo, 126) perché il governo Monti vuole privatizzare la Madre. Sapevamo che il governo Monti era un governo di banche e banchieri, ma mai, mai ci saremmo aspettati che un governo, cosiddetto tecnico, osasse di nuovo mettere le mani sull’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta. E’ quanto emerge oramai con chiarezza dalla fase 2 dell’attuale Governo, che impone le liberalizzazioni in tutti i settori. Infatti le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, in questi ultimi giorni, sembrano indicare che quella è la strada anche per l’acqua.
Iniziando con le affermazioni di A. Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza, che ha detto che l’acqua è uno dei settori da aprire al mercato. E C. Passera, Ministro allo Sviluppo Economico, ha affermato: ”Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore.” E ancora più spudoratamente il sottosegretario all’economia G. Polillo ha rincarato la dose: “Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico. E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato”. E non meno clamorosa è l’affermazione del Ministro dell’ambiente C. Clini: ”Il costo dell’acqua oggi in Italia non corrisponde al servizio reso…. La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione”.
Forse tutte queste dichiarazioni preannunciavano il decreto del Governo (che sarà votato il 19 gennaio) che all’art. 20 afferma che il servizio idrico - considerato servizio di interesse economico generale - potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando così la gestione pubblica del servizio idrico. Per dirla ancora più semplicemente, si vuole eliminare l’esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli che ha trasformato la società per azioni a totale capitale pubblico (ARIN) in ABC (Acqua Bene Comune - Ente di diritto pubblico). E’ il tradimento totale del referendum che prevedeva la gestione pubblica dell’acqua senza scopo di lucro. E’ il tradimento del Governo dei professori. E’ il tradimento della democrazia.
Per i potentati economico-finanziari italiani l’acqua è un boccone troppo ghiotto da farselo sfuggire. Per le grandi multinazionali europee dell’acqua (Veolia,Suez,Coca-Cola…) che da Bruxelles spingono il Governo Monti verso la privatizzazione, temono e tremano per la nostra vittoria referendaria, soprattutto il contagio in Europa. “Un potere immorale e mafioso - ha giustamente scritto Roberto Lessio, nel suo libro All’ombra dell’acqua - si sta impossessando dell’acqua del pianeta. E’ in corso l’ultima guerra per il possesso finale dell’ultima merce: l’acqua. Per i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale. Perchè è il più disonesto, il più sporco, il più pericoloso per l’esistenza umana”. Per questo dobbiamo reagire tutti con forza a tutti i livelli, mobilitandoci per difendere l’esito referendario, ben sapendo che è in gioco anche la nostra democrazia.
Chiediamo al più presto una mobilitazione nazionale, da tenersi a Roma perché questo Governo ascolti la voce di quei milioni di italiani/e che hanno votato perché l’acqua resti pubblica. Chiediamo altresì che il governo Monti riceva il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ciò che ci è stato negato finora.
Rilanciamo con forza la campagna di “obbedienza al referendum” per trasformare le Spa in Ente di diritto pubblico disobbedendo così al Governo Monti). Sollecitiamo i Comuni a manifestare la propria disobbedienza alla privatizzazione dell’acqua con striscioni e bandiere dell’acqua. E infine ai 26 milioni di cittadini/e di manifestare il proprio dissenso esponendo dal proprio balcone, uno striscione con la scritta: ”Giù le mani dall’acqua”!
In piedi, popolo dell’acqua!
Ce l’abbiamo fatta con il referendum, ce la faremo anche adesso! "E di nuovo la nostra bocca esploderà di gioia" (Salmo,126)
Alex Zanotelli
Napoli, 13 gennaio 2012


03 gennaio 2012


12 dicembre 2011

Dal Forum “Via di uscita”- Firenze 9 dicembre 2011 Proposta di Appello Europeo per “Un’altra strada per l’Europa”

La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.
L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.
La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune.
Proponiamo cinque obiettivi da cui partire:
  • Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.
  • Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.
  • Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.
  • Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.
  • Praticare la democrazia.La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia solciale attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.
  • Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.
Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.

Primi firmatari (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze):
Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti e Vilma Mazza.

Per adesioni: info@reteasinistra.it