28 marzo 2012

Alex Zanotelli: ritirate i vostri soldi, controllate la vostra banca

(Napoli 22 marzo 2012) - In questo periodo quaresimale sento l'urgenza di condividere con voi una riflessione sulla ‘tempesta finanziaria' che sta scuotendo l'Europa , rimettendo tutto in discussione :diritti, democrazia, lavoro....In più arricchendo sempre di più pochi a scapito dei molti impoveriti.Una tempesta che rivela finalmente il vero volto del nostro Sistema: la dittatura della finanza.
L'Europa come l'Italia è prigioniera di banche e banchieri. E' il trionfo della finanza o meglio del Finanzcapitalismo come Luciano Gallino lo definisce :"Il finanzcapitalismo è una mega-macchina ,che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni, allo scopo di massimizzare e accumulare sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia del maggior numero di esseri umani sia degli eco-sistemi."

Estrarre valore è la parola chiave del Finanzcapitalismo che si contrappone al produrre valore del capitalismo industriale, che abbiamo conosciuto nel dopoguerra. E' un cambiamento radicale del Sistema!

Il cuore del nuovo Sistema è il Denaro che produce Denaro e poi ancora Denaro.Un Sistema basato sull'azzardo morale, sull'irresponsabilità del capitale , sul debito che genera debito.E' la cosidetta "Finanza creativa" , con i suoi ‘pacchetti tossici' dai nomi più strani(sub-prime, derivati,futuri, hedge-funds...) che hanno portato a questa immensa bolla speculativa che si aggira, secondo gli esperti, sul milione di miliardi di dollari! Mentre il PIL mondiale si aggira sui sessantamila miliardi di dollari. Un abisso separa quei due mondi:il reale e lo speculativo. La finanza non corrisponde più all'economia reale. E' la finanziarizzazione dell'economia.

Per di più le operazioni finanziarie sono ormai compiute non da esseri umani, ma da algoritmi, cioè da cervelloni elettronici che, nel giro di secondi, rispondono alle notizie dei mercati. Nel 2009 queste operazioni, che si concludono nel giro di pochi secondi, senza alcun rapporto con l'economia reale, sono aumentate del 60% del totale. L'import-export di beni e servizi nel mondo è stimato intorno ai 15.000 miliardi di dollari l'anno. Il mercato delle valute ha superato i 4.000 miliardi al giorno: circolano più soldi in quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell'economia reale. E' come dire che oltre il 90% degli scambi valutari è pura speculazione.

Penso che tutto questo cozza radicalmente con la tradizione delle scritture ebraiche radicalizzate da Gesù di Nazareth.Un insegnamento, quello di Gesù, che ,uno dei nostri migliori moralisti,don Enrico Chiavacci, nel suo volume Teologia morale e vita economica , riassume in due comandamenti, validi per ogni discepolo:" Cerca di non arricchirti " e "Se hai, hai per condividere."

Da questi due comandamenti , Chiavacci ricava due divieti etici: "divieto di ogni attività economica di tipo eslusivamente speculativo" come giocare in borsa con la variante della speculazione valutaria e "divieto di contratto aleatorio". Questo ultimo ,Chiavacci lo spiega così :" Ogni forma di azzardo e di rischio di una somma, con il solo scopo di vederla ritornare moltiplicata, senza che ciò implichi attività lavorativa, è pura ricerca di ricchezza ulteriore." Ne consegue che la filiera del gioco, dal ‘gratta e vinci' al casinò ,è immorale.

Tutto questo , sostiene sempre Chiavacci ," cozza contro tutta la cultura occidentale che è basata sull'avere di più. Nella cultura occidentale la struttura economica è tale che la ricchezza genera ricchezza".

Noi cristiani d'Occidente dobbiamo chiederci cosa ne abbiamo fatto di questo insegnamento di Gesù in campo economico-finanziario. Forse ha ragione il gesuita p.John Haughey quando afferma :"Noi occidentali leggiamo il vangelo come se non avessimo soldi e usiamo i soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo." Dobbiamo ammettere che come chiese abbiamo tradito il Vangelo , dimenticando la radicalità dell'insegnamento di Gesù :parole come " Dio o Mammona,"o il comando al ricco:"Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri".

In un contesto storico come il nostro, dove Mammona è diventato il dio-mercato, le chiese, eredi di una parola forte di Gesù, devono iniziare a proclamarla senza paura e senza sconti nelle assemblee liturgiche come sulla pubblica piazza.

L'attuale crisi finanziaria "ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala-così afferma il recente Documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace( Per una riforma del Sistema finanziario e monetario internazionale). Nessuno può rassegnarsi a vedere l'uomo vivere come ‘homo homini lupus' ".

Per questo è necessario passare, da parte delle comunità cristiane, dalle parole ai fatti, alle scelte concrete, alla prassi quotidiana:"Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore' entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio".(Matteo, 7,21)

Come Chiese,dobbiamo prima di tutto chiedere perdono per aver tradito il messaggio di Gesù in campo economico-finanziario, partecipando a questa bolla speculativa finanziaria (il grande Casinò mondiale).

Ma pentirsi non è sufficiente, dobbiamo cambiare rotta, sia a livello istituzionale che personale.
A livello istituzionale(diocesi e parrocchie):
-promuovendo commissioni etiche per vigilare sulle operazioni bancarie ;
-invitando tutti al dovere morale di pagare le tasse;
-ritirando i propri soldi da tutte le banche commerciali dedite a fare profitto sui mercati internazionali;
-investendo i propri soldi in attività di utilità sociale e ambientale, rifiutandosi di fare soldi con i soldi ;
-collocando invece i propri risparmi in cooperative locali o nelle banche di credito cooperativo;
-privilegiando la Banca Etica, le MAG (Mutue auto-gestione) o le cooperative finanziarie.
-rifiutando le donazioni che provengono da speculazioni finanziarie, soprattutto sul cibo, come ha detto il Papa nel suo discorso alla FAO.

A livello personale ogni cristiano ha il dovere morale di controllare:
-in quale banca ha depositato i propri risparmi;
-se è una" banca armata", cioè investe soldi in armi;
-se partecipa al grande casinò della speculazione finanziaria;
-se ha filiali in qualche paradiso fiscale;
-se ottiene i profitti da ‘derivati' o altri ‘pacchetti tossici'.

"Le banche ,che dopo aver distrutto la nostra economia, sono tornate a fare affari- scrive il pastore americano Jim Wallis- devono ricevere un chiaro messaggio che noi troviamo la loro condotta inaccettabile.Rimuovere i nostri soldi può fare loro capire quel messaggio."

Ha ragione don Enrico Chiavacci ad affermare: «Questa logica dell'avere di più e della massimizzazione del profitto si mantiene attraverso le mille piccole scelte, frutto di un deliberato condizionamento. Le grandi modificazioni strutturali, assolutamente necessarie, non potranno mai nascere dal nulla: occorre una rivoluzione culturale capillare. Se è vero che l'annuncio cristiano portò all'abolizione della schiavitù, non si vede perché lo stesso annuncio non possa portare a una paragonabile modificazione di mentalità e quindi di strutture. Il dovere di testimonianza, per chi è in grado di sfuggire a una presa totale del condizionamento, è urgente».

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!

Alex Zanotelli

27 marzo 2012

GENERAZIONE NON MUTUABILE; la nuova inchiesta di Saverio Tommasi

Accendere un mutuo sufficiente all'acquisto di una casa, oggi, è una sfida impossibile, a meno di non avere uno o più garanti. In altre parole siamo la prima generazione che lascerà ai propri figli meno di quanto ha ricevuto dai padri (e dalle madri). Indipendentemente dalla buona volontà e dalla voglia di lavorare, ottenere un mutuo senza garanti (genitori, moglie, sorella...) oggi è un'impresa che, se mai una persona riuscisse a vincere, dovrebbe scontare la vittoria con rate per trenta o quarant'anni, in cambio di un appartamento piccolo e in periferia.Il fatto è questo: le principali banche, che pure continuano a ricevere soldi in prestito all'1% dalla Banca Centrale Europea, erogano credito ai propri clienti solo in casi eccezionali. Il motivo è che quei soldi gli servono per le ricapitalizzazioni e la formazione di liquidità. Che significa? Niente, se non che a rimanere fregati siamo sempre noi, la prima generazione non mutuabile.
 
La nuova video inchiesta di Saverio Tommasi su:
 
Contatti:

19 marzo 2012

JAK Bank, la banca senza interessi

Quando ero ragazza abitavo in un quartiere di Padova, in periferia. Alla fine della mia strada c’era una “fiaschetteria”, un posto dove si vendeva vino sfuso e non ricordo che altro, non proprio un bar, forse oggi si chiamerebbe “enoteca”.
Alla fiaschetteria la domenica mattina si raccoglievano i soldi della “cassa peota”, una sorta di banca di quartiere. In pratica l’oste, o qualcuno considerato persona onesta, aveva il compito di raccogliere i piccoli risparmi delle famiglie, per esempio un po' di denaro che le donne riuscivano a mettere da parte dalla spesa della settimana. Ricordo che mia madre mi dava 5/10mila lire che portavo alla fiaschetteria, dove mi davano una ricevuta; una volta all’anno, poi, tutti si ritrovavano per una cena, oppure si organizzavano vacanze particolarmente convenienti, ecc.
Ma in realtà la cassa peota serviva soprattutto in caso di necessità o in quei mesi dell’anno particolarmente critici come settembre, quando iniziavano le scuole e bisognava comperare i libri, o quando si voleva andare in vacanza e bisognava pagare l’affitto della casa al mare. Si andava dall’oste, si esponeva il caso e questi dava il prestito che si restituiva un po’ alla volta, sempre con pochi soldi la domenica mattina.
La cassa peota non si sostituiva alla banca, ma era una sorta di cassa comune del quartiere, gestita da una persona di fiducia che sapeva far fruttare qualche interesse (perché l’unione fa la forza e pochi soldi di ognuno diventavano cifre interessanti quando si era in tanti e gli interessi bancari al tempo erano un po’ più alti), e che serviva ad avere un prestito veloce e senza tante garanzie e aperture di pratiche complicate. Che il debito sarebbe stato onorato era indubbio, ne andava del buon nome e della reputazione del richiedente. Inoltre l’oste conosceva vita, morte e miracoli di tutti e sapeva come gestire i prestiti.
Insomma, era una buona pratica: come l’acquisto collettivo della carne o la raccolta delle olive in altre parti d’Italia.
Negli anni la cassa poeta è scomparsa, peccato.
Oggi la “questione banche” è sempre più all’ordine del giorno, abbiamo l’impressione, e chissà se poi è solo un’impressione, di essere invischiati in un circolo vizioso in cui in un modo o nell’altro abbiamo sempre a che fare con questo organismo che viviamo come un nemico, qualcuno che per darci soldi in prestito ne chiede a garanzia mille volte di più, che per ogni operazione anche minima chiede commissioni altissime ecc.
Ma non in tutti i Paesi è così, in Svezia, per esempio esiste la JAK Bank, JAK è un acronimo in lingua svedese: Jord, Arbete, Kapital. In italiano Terra, Lavoro, Capitale, tre elementi di base del sistema economico.
JAK Medlemsbank è una banca che opera in Svezia dal 1973 e che ha una caratteristica molto particolare: i risparmiatori non ricevono interessi sul capitale versato, mentre coloro che prendono prestiti pagano unicamente una commissione, corrispondente ai costi di gestione della banca.
Insomma, come afferma una teoria economico-finanziaria, il denaro è stato inventato e va utilizzato allo scopo di migliorare la qualità della vita degli esseri umani, e dunque - secondo la filosofia che guida l'azione della JAK - è necessario superare il dogma del tasso di interesse.
Pensate che vi sono modelli matematico-economici realizzati da economisti svedesi e tedeschi (Margrit Kennedy in testa) dove si evidenzia che circa il 90% delle persone paga in media, di interessi, più di quanto riceve.
E questo vale sia che si prenda in considerazione un lasso di tempo limitato (ad esempio, un anno), sia che si consideri la vita intera della persona.
In altre parole, il bilancio tra interessi passivi (pagati su mutui e altri prestiti, principalmente per beni di consumo e per avviare/espandere attività imprenditoriali), interessi occulti (costi del credito che tutti gli operatori della filiera produttiva portano inevitabilmente nei prezzi dei prodotti) e interessi attivi (sui conti correnti e reddito da capitale in generale) è negativo per il 90% delle persone, e positivo per il 10% circa.
Questo processo conduce al progressivo impoverimento del 90% della popolazione: più una persona è povera, più, nel corso della propria vita, avrà bisogno di prendere prestiti; più una persona è ricca, meno ne avrà bisogno e, anzi, più guadagnerà in interessi, in virtù del solo fatto di possedere denaro.
JAK è dunque non solo un progetto importante ma anche una nuova immagine di banca, gestita da persone (ogni socio gode di un voto nell’assemblea) che mettono a disposizione di altre persone i propri risparmi e dove la perdita di potere d'acquisto derivante dall'inflazione è ampiamente compensata dall'assenza di interessi passivi
Non ricevi interessi, non paghi interessi… semplice no?
Nel caso della JAK Medlemsbank, a gestire il sistema sono i dipendenti. Come dicevamo, chi prende una somma in prestito paga una commissione, con la quale si coprono gli stipendi, e che in piccola parte serve a mantenere un “fondo di sicurezza” da utilizzare nel caso di perdite, e per finanziare attività di ricerca e sviluppo.
L'esperienza svedese sta dimostrando che il modello può funzionare! La JAK in Svezia è dotata di un capitale sociale di oltre sei milioni di euro, ha 30 dipendenti, nessuno sportello al pubblico ma efficaci servizi di home-banking sul web e di assistenza telefonica. Una rete di circa 400 volontari è impegnata nella promozione del modello in tutto il Paese e nelle attività di consulenza, formazione ed educazione nei confronti dei cittadini sul tema del risparmio e del consumo critico. I clienti/soci operano mediante il “sistema di risparmio e prestito bilanciato libero da interessi” (the balanced savings and loan system interest-free). A garantire la liquidità del sistema è il meccanismo dei “punti risparmio”: punti che si accumulano nei periodi in cui il socio effettua depositi e si decrementano nei periodi in cui accede al finanziamento.
Il “punto risparmio” è l’unità di misura monetaria moltiplicata per un mese (ad esempio una persona che deposita un euro per un mese ha maturato un punto risparmio; una persona che chiede 100 euro per due mesi dovrà rifondere 200 “punti risparmio”). Affinché il sistema sia sostenibile, è necessaria dunque l’uguaglianza tra i “punti risparmio guadagnati" e i “punti risparmio spesi”. Al momento dell’accensione del prestito, se i punti accumulati non sono sufficienti a compensare quelli che il prestito consumerà, il socio si obbliga a effettuare un deposito aggiuntivo sul proprio conto, attuando così il meccanismo del “post-risparmio” durante il periodo di rimborso e mantenendo in equilibrio il sistema.
I finanziamenti sono erogati dietro presentazione di una cauzione pari al 6% della somma erogata, che viene restituita al buon fine del piano di rientro. In caso di mancato pagamento, prima di procedere con le tradizionali iniziative per il recupero, intervengono azioni tipiche della filosofia cooperativa attraverso la dilazione dei pagamenti, la sospensione dei pagamenti per un periodo o l’intervento di altri soci che prestano i propri punti risparmio. La banca non carica o paga interessi sui suoi prestiti/risparmi. Tutte le attività della banca avvengono fuori dal mercato finanziario poiché i suoi prestiti sono finanziati solamente dai risparmi dei soci.
Con il modello JAK la banca torna alla propria funzione principale: raccogliere danaro e ridistribuirlo per assolvere semplicemente al servizio del credito. Il credito è comunque erogato nel rispetto delle garanzie richieste dall’organo di vigilanza; una particolare attenzione è data alle economie dei territori e ai progetti legati alla crescita sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
Un’altra importante componente dell’azione JAK è la diffusione di cultura e consapevolezza rispetto ai processi economici. L’idea di base è che i meccanismi dell’economia sono in realtà molto più semplici di quanto non si creda comunemente, e che ogni persona deve essere in grado di discutere di questioni economiche.
Il progetto JAK si è concretizzato in esperienze distinte nello spazio e nel tempo: la prima in realtà fu in Danimarca, dove un’associazione JAK realizzò diversi esperimenti negli anni ’30 e successivi. In Svezia, come dicevamo, questo sistema di risparmio e prestiti nato nel 1973 si è evoluto nella JAK Medlemsbank, che nel 2011 contava 38.000 soci.
Se ne comincia finalmente a parlare anche in Italia, dove un gruppo di persone, da settembre 2008, si sta impegnando per concretizzare un sistema JAK di risparmio e prestiti.
Per maggiori informazioni e per iscriversi all’Associazione Jak Italia vedi al sito http://www.jakitalia.it/, c’è anche un video molto semplice che spiega il meccanismo di questa banca che ci sembra un po’ più “umana”. Anche in questo caso l’unione fa la forza, se l’Associazione avrà seguito, l’esperienza Jak si può concretizzare anche nel nostro Paese, hai visto mai che ritorni la cassa peota?
Buona fine settimana!

Gabriella Canova

12 marzo 2012

04 marzo 2012

L'isola che non c'è (centro gioco educativo)

“L'isola che non c'è” adesso esiste davvero...
Si trova in Via Liguria al numero 11.
La sua presenza è discreta ma non sfugge ad occhi attenti, che sanno andare oltre l'apparente realtà e che sanno guardarsi intorno con curiosità.
E' uno spazio a misura di bambini molto piccoli (18-36 mesi) che hanno avuto la forza di ispirare tanti ad intraprendere un viaggio lungo quasi tre anni per arrivare alla sua realizzazione.
Il cammino non è stato semplice. Rendere concreta un'idea così “fantastica“ non è stato, e continua ad essere, per niente facile.
La burocrazia del sistema in cui viviamo ha rallentato tante volte il passo, ma non ha scoraggiato chi quel sogno ce l'aveva dentro.
Da Settembre 2011 i colori del Centro Gioco Educativo “l'isola che non c'è” riscaldano le mattine di circa cinque bambini.
Se aveste il tempo e la voglia di sbirciare vi rendereste subito conto di essere capitati in un luogo magico dove la vita si “gioca” ogni giorno, dove non si parla di pace perché la guerra non c'è, dove non ci si difende perché nessuno rappresenta una minaccia, dove i sorrisi sono sempre spontanei e veri e le lacrime rimangono prigioniere delle ciglia giusto il tempo di ripensare un altro momento felice. In questo luogo, sospeso fra realtà e fantasia, gli animali parlano e fanno il girotondo insieme ai bambini e condividere il tempo di un biscotto mangiato insieme diventa una vera festa.
Grazie alle persone che hanno sostenuto e sosterranno la realizzazione di questo progetto. Grazie a tutti quelli che hanno dedicato del tempo e contribuiranno a mantenere vivo un sogno, perché c'è continuamente bisogno di sostegno e fiducia reciproci. L'adulto spesso dimentica di essere stato bambino “e ti prendono in giro se continui a cercarla ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”.

Maria V.

Anche quest’anno, grazie al contributo dell’Autotassazione, i soci del Fondo Etico e Sociale delle Piagge oltre a far esistere e resistere questa esperienza di microcredito di prossimità e finanza critica, contribuiranno a rendere possibile il progetto dell’ Isola…..che adesso c’è.

26 febbraio 2012

PROGETTO AUTOTASSAZIONE 2012


Cara socia, caro socio,


anche quest’anno ti proponiamo di aderire al progetto di autotassazione presentato e approvato dall’assemblea dei soci nel 2010.

La proposta di autotassarci era emersa sia per riuscire a far fronte alle spese di gestione del Fondo Etico, ma soprattutto per permettere alle persone che richiedono un prestito di non pagare gli interessi in quanto uno dei principi del Fondo Etico è proprio quello che dal denaro non si può fare altro denaro. Attualmente la cooperativa finanziaria a cui ci appoggiamo, Mag 6, applica un tasso di interesse del 3% su ogni prestito.

Quello che ti proponiamo, sempre se sei d’accordo in quanto la partecipazione è volontaria, è di rinunciare ad un caffè al mese, ovvero a 3 centesimi al giorno, che sono quelle piccole monetine che spesso perdiamo o dimentichiamo in fondo alle tasche. Se ognuno di noi partecipasse con almeno 1 euro al mese, in fondo all’anno potremo raggiungere la cifra di circa 2000 euro, che coprirebbe gran parte degli interessi richiesti.

L’aspetto rivoluzionario di questa proposta è proprio quello di rovesciare il concetto di finanza: non avere del denaro perché presto i miei soldi, ma pagare per avere il privilegio di prestare; in sostanza avere il privilegio di partecipare direttamente ad un atto di giustizia e cioè al processo di ridistribuzione della ricchezza.

Ci piace sottolineare che non consideriamo l’autotassazione una donazione o un gesto di beneficenza, ma piuttosto lo strumento che permette al Fondo Etico di operare in autogestione e svincolato dalle logiche bancarie e che consente alle persone che vi partecipano di essere parte attiva di un cambiamento reale.

In questi due anni sempre più persone hanno aderito al progetto e siamo passati da 712,03 euro raccolti nel 2010 a 1065,11 euro raccolti nel 2011.

Aspettiamo il tuo contributo, se puoi e per quanto puoi.



La commissione del Fondo Etico

14 febbraio 2012

ASSEMBLEA DEI SOCI

DEL

FONDO ETICO E SOCIALE DELLE PIAGGE


SABATO 25 FEBBRAIO 2012 ore 17,30


 
Centro Sociale “IL POZZO”
via Lombardia, 1/p tel. 055373737
 


L'Assemblea è aperta a tutte le persone interessate
alla fine dell’assemblea per chi lo desidera è prevista una cena conviviale condivisa

25 gennaio 2012

I costi invisibili della politica

di PAOLO CACCIARI

Per “costi della politica” solitamente si intendono i denari che l’erario deve sborsare direttamente per sostenere la paga e gli annessi benefici della “casta” dei politici; eletti e/o nominati nel sottobosco degli apparati pubblici. Ma questi sono solo la punta di un iceberg che nasconde altri e ben più grandi costi “indiretti” che la collettività deve sobbarcarsi in aggiunta. Penso alla corruzione legale – se così posso chiamarla – che il sistema delle imprese mette in atto attraverso i suoi apparati di pressione lobbistica ed elettorale.
Ho attinto qua e là da diverse fonti (Peter Bares, Capitalismo 3.0, Loretta Napoleoni e Noam Chomsky in vari pezzi pubblicati su “Internazionale”, Andrea Baranes dal sito www.sbilanciamoci.info, Matteo Cavallito sulla rivista della Banca Etica “Valori”, Maurizio Ricci su Repubblica, Claudio Gatti su il Sole-24 Ore e da varie agenzie stampa) e ne viene fuori un quadro spaventoso per la credibilità della democrazia rappresentativa a partire dal “modello” americano, rigidamente bipolare e con “scelta” nominale dei candidati.
L’ “industria dei gruppi di pressione” (le agenzie di lobbying) negli Usa ha un fatturato di 6 miliardi di dollari l’anno e da lavoro a 35.000 addetti (17.000 accreditati solo a Washington). Alcuni esempi: la NBNA (carte di credito) ha speso per attività di lobbying 17 milioni di dollari in cinque anni. L’industria del legname 8 milioni di dollari e le miniere del carbone 3,4 milioni solo nella ultima campagna elettorale presidenziale. Le compagnie elettriche 20 milioni. I petrolieri 35 milioni. L’industria farmaceutica mantiene un organico di 2 lobbisti per ogni membro del parlamento (chissà se anche questi li chiamano “informatori scientifici”?). Le banche schierano 2,4 lobbisti per ogni membro del parlamento e spendono 600 milioni di dollari per convincere i parlamentari a prendere decisioni a loro favore. Le assicurazioni sanitarie nell’anno della quasi-riforma di Obama (il 2010) hanno speso 300 milioni di dollari.
Nella passata campagna elettorale per le presidenziali Barak Obama ha avuto 800 milioni di dollari, il suo antagonista Mc Cain 400 milioni. Le principali banche di Wall Street, mentre agonizzavano nella crisi finanziaria del 2008, trovavano comunque il modo di versare a Democratici e Repubblicani cifre enormi: 6 milioni di dollari la Goldman Sachs, 5 miliardi la Citigroup, 4 miliardi la JP Morgan, 3 la Merrill Lynch. E via di seguito. Come si sa, tale disinteressata generosità portò l’amministrazione statunitense ad assumere la decisione di salvare dalla bancarotta il sistema finanziario impegnando i denari dei contribuenti e stampando banconote.
Si dice che il budget raccolto da Obama per la prossima campagna elettorale di novembre abbia già superato il miliardo di dollari. Mitt Romney gli sta dietro e si prospetta la più costosa competizione elettorale di tutti i tempi.
“Le elezioni – ha scritto Chomsky – sono l’occasione in cui gruppi di investitori si coalizzano per controllare lo stato”. La democrazia nell’era della politica-spettacolo e del controllo dell’opinione pubblica tramite i mass media è in mano delle imprese. Il costo delle elezioni è salito alle stelle. Ha osservato Thomas Ferguson: “i partiti Usa al Congresso mettono il cartellino del prezzo ai posti chiave del processo legislativo”.
A proposito della sentenza della Corte Suprema che permette alle imprese di finanziare le campagne elettorali, il New York Times ha scritto che la decisione “permetterà alle aziende di usare la loro immensa ricchezza per condizionare i risultati delle elezioni”.
Anche le compagnie petrolchimiche europee hanno finanziato alcuni senatori statunitensi scettici sui pericoli del riscaldamento climatico in occasione dell’ultima campagna elettorale di metà mandato: la Bayer ha speso 108.000 dollari, la Basf 61.000, la BP 25.000, la Solvay, 40.000 la Gdf/Suez 21.000, la Lafarge 34.000. E così via. Tutto registrato e trasparente.
In Europa le cose non vanno affatto meglio. A Bruxelles i lobbisti accreditati sono 15.000. Ci sono deputati che si affidano ai loro servizi per scrivere leggi, preparare emendamenti, formulare interrogazioni. In coerenza con i processi di privatizzazione, potremmo dire che è avvenuta la esternalizzazione dei portaborse e, più in generale, dei partiti. Ad esempio è stato calcolato che il Labour Party in Gran Bretagna riceve un quarto delle sue risorse da 37 grandi sponsor, che non sono i sindacati, ma imprese commerciali.
Dell’Italia non parliamone. Si stima che i lobbisti a Roma siano 1.200 facenti capo a varie agenzie “specializzate” di Public Affair Manager, ma non c’è una normativa, né un registro. Affollano le anticamere delle commissioni parlamentari, degli assessorati, delle presidenze. Mancano serie inchieste su quello che fanno. Forse perché c’è meno trasparenza (anche se i bilanci dei partiti, con i nomi dei relativi finanziatori per importi superiori ai 50 mila euro, vengo pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale ogni anno), forse perché le stesse imprese che finanziano i partiti editano anche i giornali.
Insomma, la politica, per le grandi imprese, rappresenta un sottomercato nel gran gioco dell’economia. E c’è ancora qualche ingenuo che crede di poter scegliere chi votare, magari attraverso primarie e preferenze, come se i candidati capaci di emergere alla luce dei riflettori delle televisioni non fossero pesantemente sponsorizzati ed etero diretti.
E’ evidente che le enormi cifre che le grandi imprese, singolarmente e/o consorziate tra loro in “cartelli”, mettono a bilancio per far vincere le elezioni a questo o a quel candidato rappresentano dei veri e propri costi di produzione delle merci e dei servizi che contribuiscono a far lievitare il loro prezzo al consumo. Una specie di pizzo che dobbiamo pagare ogni volta che acquistiamo una merce. Insomma, si tratta di costi che alla fine vengono pagati dai cittadini nella veste di consumatori che si aggiungono a quelli che già pagano nella veste di cittadini-elettori per il finanziamento pubblico dei partiti e dei deputati.
Lo scandalo più grosso – e più pericoloso per la credibilità della democrazia – a me pare proprio questo: i denari pubblici a carico dell’erario possono essere giustificati solo se servono a garantire al decisore politico la assoluta autonomia e indipendenza dagli interessi economici in campo. Cioè, a tener fuori dalla porta dei partiti e dei parlamenti le lobby.
Ha scritto Arundhati Roy (Quando arrivano le cavallette, Guanda, 2009) a proposito del crepuscolo della democrazia: “Che cosa ne abbiamo fatto della democrazia? In che cosa l’abbiamo trasformata? Che succede una volta che si è consumata, svuotata, privata di senso? Cosa succede quando ciascuna delle sue istituzioni si è fatta metastasi fino a trasformarsi in una entità maligna e pericolosa? Cosa succede ora che capitalismo e democrazia si sono fusi in un unico organismo predatorio dell’immaginazione limitata e costretta, incentrata quasi esclusivamente sull’idea della massimizzazione del profitto? (…) Viene da chiedersi se sia rimasto qualche legame tra elezioni e democrazia”.

http://www.democraziakmzero.org/

18 gennaio 2012

Tradimento Monti - Salviamo il referendum dell'acqua

di ALEX ZANOTELLI

Era il 13 giugno, esattamente 7 mesi fa, quando 26 milioni di italiani/e sancivano l’acqua bene comune: ”Ubriachi eravamo di gioia… le spalle cariche dei propri covoni!" (Salmo, 126). E oggi, 13 gennaio ritorniamo a “seminare nel pianto...” (Salmo, 126) perché il governo Monti vuole privatizzare la Madre. Sapevamo che il governo Monti era un governo di banche e banchieri, ma mai, mai ci saremmo aspettati che un governo, cosiddetto tecnico, osasse di nuovo mettere le mani sull’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta. E’ quanto emerge oramai con chiarezza dalla fase 2 dell’attuale Governo, che impone le liberalizzazioni in tutti i settori. Infatti le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, in questi ultimi giorni, sembrano indicare che quella è la strada anche per l’acqua.
Iniziando con le affermazioni di A. Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza, che ha detto che l’acqua è uno dei settori da aprire al mercato. E C. Passera, Ministro allo Sviluppo Economico, ha affermato: ”Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore.” E ancora più spudoratamente il sottosegretario all’economia G. Polillo ha rincarato la dose: “Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico. E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato”. E non meno clamorosa è l’affermazione del Ministro dell’ambiente C. Clini: ”Il costo dell’acqua oggi in Italia non corrisponde al servizio reso…. La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione”.
Forse tutte queste dichiarazioni preannunciavano il decreto del Governo (che sarà votato il 19 gennaio) che all’art. 20 afferma che il servizio idrico - considerato servizio di interesse economico generale - potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando così la gestione pubblica del servizio idrico. Per dirla ancora più semplicemente, si vuole eliminare l’esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli che ha trasformato la società per azioni a totale capitale pubblico (ARIN) in ABC (Acqua Bene Comune - Ente di diritto pubblico). E’ il tradimento totale del referendum che prevedeva la gestione pubblica dell’acqua senza scopo di lucro. E’ il tradimento del Governo dei professori. E’ il tradimento della democrazia.
Per i potentati economico-finanziari italiani l’acqua è un boccone troppo ghiotto da farselo sfuggire. Per le grandi multinazionali europee dell’acqua (Veolia,Suez,Coca-Cola…) che da Bruxelles spingono il Governo Monti verso la privatizzazione, temono e tremano per la nostra vittoria referendaria, soprattutto il contagio in Europa. “Un potere immorale e mafioso - ha giustamente scritto Roberto Lessio, nel suo libro All’ombra dell’acqua - si sta impossessando dell’acqua del pianeta. E’ in corso l’ultima guerra per il possesso finale dell’ultima merce: l’acqua. Per i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale. Perchè è il più disonesto, il più sporco, il più pericoloso per l’esistenza umana”. Per questo dobbiamo reagire tutti con forza a tutti i livelli, mobilitandoci per difendere l’esito referendario, ben sapendo che è in gioco anche la nostra democrazia.
Chiediamo al più presto una mobilitazione nazionale, da tenersi a Roma perché questo Governo ascolti la voce di quei milioni di italiani/e che hanno votato perché l’acqua resti pubblica. Chiediamo altresì che il governo Monti riceva il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ciò che ci è stato negato finora.
Rilanciamo con forza la campagna di “obbedienza al referendum” per trasformare le Spa in Ente di diritto pubblico disobbedendo così al Governo Monti). Sollecitiamo i Comuni a manifestare la propria disobbedienza alla privatizzazione dell’acqua con striscioni e bandiere dell’acqua. E infine ai 26 milioni di cittadini/e di manifestare il proprio dissenso esponendo dal proprio balcone, uno striscione con la scritta: ”Giù le mani dall’acqua”!
In piedi, popolo dell’acqua!
Ce l’abbiamo fatta con il referendum, ce la faremo anche adesso! "E di nuovo la nostra bocca esploderà di gioia" (Salmo,126)
Alex Zanotelli
Napoli, 13 gennaio 2012


03 gennaio 2012


12 dicembre 2011

Dal Forum “Via di uscita”- Firenze 9 dicembre 2011 Proposta di Appello Europeo per “Un’altra strada per l’Europa”

La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.
L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.
La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune.
Proponiamo cinque obiettivi da cui partire:
  • Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.
  • Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.
  • Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.
  • Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.
  • Praticare la democrazia.La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia solciale attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.
  • Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.
Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.

Primi firmatari (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze):
Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti e Vilma Mazza.

Per adesioni: info@reteasinistra.it

11 dicembre 2011

DALLE PENSIONI SI SPREME ASSISTENZIALISMO PER BANCHIERI

Molti commentatori hanno notato che la presenza di esponenti di Banca Intesa San Paolo nel governo Monti configura alcuni evidenti conflitti d'interessi, in particolare nel settore delle infrastrutture, data la partecipazione della banca al business dell'alta velocità. Un aspetto che invece è stato poco messo in evidenza concerne la riforma pensionistica, poiché da tempo le banche offrono ai clienti una serie di opzioni di previdenza integrativa privata, costituendo così una concorrenza alla previdenza pubblica. Intesa San Paolo non fa eccezione a riguardo, anzi è una delle banche più presenti nel settore della previdenza integrativa.[1] C'è da osservare però che in Italia la previdenza integrativa privata non ha mai riscosso particolare successo: solo il 23% di media, contro il 91% all'estero. La constatazione è stata fatta, con rammarico, dal presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, il quale qualche giorno fa ha invitato bruscamente i lavoratori italiani ad adeguarsi alla previdenza integrativa privata, da ritenersi, secondo lui, ormai "obbligatoria".[2] Che il presidente dell'ente pubblico INPS abbia assunto una posizione così sfacciata a favore della privatizzazione della previdenza, non risulta poi tanto sorprendente, poiché Antonio Mastrapasqua è anche vicepresidente esecutivo di Equitalia SpA, l'agenzia di esazione e di recupero crediti. In questa unione di cariche, così apparentemente incompatibili, c'è in effetti un messaggio molto evidente.[3] Si delinea quindi una precisa volontà, per la quale la previdenza pubblica viene messa in condizione di non erogare più il servizio per il quale era nata; infatti il sistema contributivo pubblico non corrisponde più al traguardo di percepire una pensione, ma si configura come un tributo tout court. Il servizio previdenziale dovrà quindi essere pagato privatamente, e le varie "riforme" delle pensioni vanno appunto nel senso di quanto dichiarato da Mastrapasqua: rendere "obbligatoria" quella previdenza privata che i lavoratori non gradiscono, e ciò semplicemente negando la previdenza pubblica, che diventa nient'altro che una fiscalità mascherata. Viene così creato artificiosamente e forzosamente un business ad uso delle banche e delle compagnie assicurative: il solito assistenzialismo per ricchi. Risulta infatti evidente dal bilancio dell'INPS, fornito dallo stesso Mastrapasqua, che i dati utilizzati per parlare di pensioni sono ampiamente truccati, come del resto si sa da sempre. A carico dell'INPS vi sono una serie di voci "improprie" che costituiscono il passivo dell'ente: il pagamento dei TFR anche delle aziende che falliscono - che sono invece un prestito forzoso dei lavoratori alle aziende -, i prepensionamenti, l'assistenza (handicap e non autosufficienza). Ma fanno la loro parte soprattutto i "fondi speciali", come la mitica "cassa di previdenza dei dirigenti d'azienda" (l'ex INPDAI) che, una volta fallita, è stata caricata sulle spalle del bilancio dei lavoratori dipendenti, che risulta invece in attivo. C'è anche però chi fa notare che, fondi speciali o meno, prima dell'arrivo di Equitalia il bilancio dell'INPS era sempre stato positivo per parecchi miliardi.[4] Ma ciò che dovrebbe screditare maggiormente l'emergenza-pensioni riguarda proprio la storia dell'ideologia bancaria, così come risulta dai protocolli e dalle dichiarazioni del Fondo Monetario Internazionale. Questa istituzione, fondata ufficialmente nel 1946 per accordi già presi nei due anni precedenti, ha costituito sin dall'inizio un tempio del lobbying bancario, dato che da sempre tutto il suo personale dirigente proviene dalle grandi banche d'affari internazionali.
Un saggio storico del 1975, "I Limiti della Potenza Americana" di Joyce e Gabriel Kolko, illustrava vari documenti del FMI e consentiva di riscontrare che le "misure di risanamento" proposte ed imposte nel 1946 erano le stesse di adesso: pareggio di bilancio, privatizzazioni e libertà di licenziamento. Anche allora la libertà di licenziamento veniva presentata come una misura per la crescita, poiché la disoccupazione era spacciata come condizione indispensabile per aumentare i livelli di produttività; mentre in realtà la disoccupazione serve solo ad aumentare i livelli di indebitamento delle masse. Queste misure furono imposte dal FMI anche al governo laburista che c'era allora in Gran Bretagna.[5] A scompaginare le pretese del FMI intervenne l'esasperarsi delle guerra fredda. L'anticomunismo pretestuoso e propagandistico del periodo 1947/1948 prese improvvisamente corpo e concretezza nel 1949 con l'ascesa di Mao in Cina, e con la guerra di Corea nel 1950, che comportò uno scontro diretto tra Cina ed USA. Nel 1954 i comunisti vinsero anche in Vietnam, ed allora le oligarchie occidentali provarono davvero paura. La minaccia dell'espansione del blocco comunista determinò quindi la necessità di reperire consenso sociale in Occidente. Grazie al feticcio del pareggio di bilancio i banchieri possono tenere in ostaggio il debito degli Stati, ma sotto la spinta della minaccia comunista negli anni '50 il feticcio fu messo da parte, e si aprì così la strada al compromesso socialdemocratico che ha retto sino agli anni '70. Gli storici si sono incaricati di costruire il mito del piano Marshall per giustificare lo sviluppo dell'Europa, ma, in base ai programmi ufficiali del FMI, quello sviluppo non era affatto previsto. Caduta venti anni fa la remora della guerra fredda, il lobbying bancario non solo si è ripresentato negli stessi termini del 1946, ma non ha trovato più nessun contrasto a livello politico. Da venti anni la NATO non incontra più ostacoli da parte di Russia e Cina, e può comportarsi nel mondo come la faina nella stia dei polli; quindi l'Occidente non ha più la necessità di cercarsi consenso sociale con il Welfare. Non si tratta di rimpiangere un blocco comunista già eroso dall'interno dalla fame di affari e di privilegi delle sue nomenklature, ma semplicemente di constatare che ogni passo avanti dell'imperialismo comporta un automatico passo indietro delle garanzie sociali; e ciò dovrebbe far riflettere gli "equidistantisti" nel momento in cui la NATO prepara aggressioni alla Siria o all'Iran. C'è anche da osservare che sotto qualsiasi longitudine o latitudine, ed in qualunque momento storico, le ricette del FMI non cambiano mai: pareggio di bilancio, privatizzazioni, licenziamenti; e ciò va a sfatare anche il mito dei "tecnici", visto che basta la terza elementare per ripetere sempre la stessa filastrocca. 
[1]http://www.intesasanpaolo.com/scriptIbve/retail20/RetailIntesaSanpaolo/ita/prev_complem/ita_prev_complem.jsp
[2] http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/02/Mastrapasqua_rendite_integrative_avanti_piano_co_8_111202005.shtml
[3]
http://www.inps.it/portale/default.aspx?lastMenu=4923&iMenu=1&iNodo=4923%3f
[4] http://archiviostorico.corriere.it/2011/ottobre/02/Pensioni_Salvate_dai_Precari_co_9_111002009.shtml
[5]
http://www.ibs.it/code/9788806423902/kolko-gabriel/limiti-della-potenza.html

http://www.comidad.org/dblog/default.asp

03 dicembre 2011

LA FINE DEL PENSIERO UNICO

Cristiano Lucchi intervista Roberta Carlini di Sbilanciamoci. Introduce Ornella De Zordo

La grande crisi ha portato via con sé parecchie certezze: milioni di posti di lavoro, case, mutui, pensioni, sanità, scuole e università. Ma anche il mito della stabilità e della crescita come elementi naturali del sistema oltre al castello di carte dell'economia finanziaria e a un bel pezzo dell'economia reale. La grande crisi ha chiuso anche con una certa concezione dell'economia, con quel pensiero unico che ha dominato la politica, culturale e accademica negli ultimi trent'anni. Roberta Carlini, giornalista dell'Espresso, coordina il sito di informazione economica www.sbilanciamoci.info. Ha pubblicato "L'economia del noi". Un viaggio in sei tappe (consumo, credito, casa, imprese, rete) nell'Italia che ha imparato a condividere.
Il terzo appuntamento del ciclo d’incontri organizzato dalla lista di cittadinanza perUnaltracittà e da DemocraziaKmZero per approfondire i temi della crisi economica e finanziaria, si è svolto sabato scorso con l’intervista di Cristiano Lucchi a Roberta Carlini. Un percorso che continuerà mercoledì 7 dicembre alle ore 16,30 con gli interventi di Pier Luigi Cervellati, Giovanni Maffei Cardellini e Daniele Vannetiello che ha curato il volume: “Dove va l’urbanistica”. A seguire, martedì 13 dicembre, sempre alla stessa ora, Cristiano Lucchi e Gianni Sinni ci guideranno alla conoscenza della loro ultima fatica realizzata a quattro mani: “Autopsia della politica italiana”. Insomma, un dicembre che sia annuncia come preludio ad un 2012 ancora più ricco (…almeno di appuntamenti!!).

Roberta Carlini si presenta come una delle voci più autorevoli delle tante forme ed espressioni assunte dalla sinistra italiana. Aperta, plurale, problematica e critica, si fa portatrice di un insolito crogiolo di esperienze e vissuti diversi. Una sensibilità poliedrica che anima anche l’ultimo suo libro: L’economia del noi. L’Italia che condivide (2011, Laterza). Un viaggio in quella parte della società italiana che ricerca “soluzioni comunitarie e partecipate ai problemi economici”. Un’inchiesta, un testo anti-teorico, una cascata di buone pratiche e di percorsi condivisi. L’autrice permea tutto il suo argomentare attorno alla dicotomia io/noi. In contrapposizione all’homo oeconomicus, che agisce in ogni ambito della propria esistenza (dall’acquisto di un bene alle scelte politiche) con la sola finalità della massimizzazione dell’utilità attesa, emerge e si rafforza un soggetto che insegue criteri altri: “reciprocità, solidarietà, socialità”. Un’Italia poco conosciuta, animata dalle innumerevoli esperienze delle comunità resistenti sorte nel deserto sociale generato dall’avanzata neo-liberista e nello svuotamento di senso che il populismo di destra ha operato sul concetto nobile di politica, intesa come mezzo supremo di inclusione e partecipazione. Una rete vasta ed eterogenea che ha saputo superare la nicchia ristretta nella quale viene spesso collocata. Le sue parole d’ordine hanno infatti trovato ascolto in un pubblico vasto, i media mainstream hanno agito come cassa di risonanza imponendo così nuove issues nell’agone pubblico che, almeno in parte, sono state recepite e catturate dalle strutture di potere esistenti. Tale processo, apparentemente virtuoso, celerebbe però numerosi rischi. Come scriveva Herbert Marcuse: “Come possono protesta e rifiuto trovare la parola giusta quando gli organi dell’ordine costituito ammettono che la pace consiste realmente nel trovarsi sull’orlo della guerra? Quando la linea etica di una banca è la speculazione più bieca?” (corsivo nostro). Le oltre trentacinque esperienze raccontate da Roberta Carlini nel suo viaggio si raggruppano in cinque grandi categorie: consumo, credito, case, imprese, web. Un’esplorazione di una terra semi-sconosciuta che reca l’invito a ricercare soluzioni diverse rispetto al paradigma dominante, a sostituire “la condivisione alla divisione, la cooperazione alla frammentazione”. Un agire collettivo che diventa prassi politica nella partecipazione che si contrappone al silenzio sceso nelle piazze delle nostre città, nello strepitare convulso delle discussioni assembleari come unica medicina al fruscio cadenzato delle televisioni costantemente accese. L’autrice immagina che questi gruppi resistenti ed auto-organizzati potrebbero in futuro invadere la scena politica con le loro soluzioni e il loro agire, generando così un cortocircuito virtuoso tra impegno personale e rappresentanza politica: due binari che continuano, almeno per ora, a correre desolatamente paralleli senza incontrarsi.

Nella seconda parte dell’incontro, le domande di Cristiano Lucchi conducono Roberta Carlini lungo gli altri sentieri che l’ex vice-direttrice de Il Manifesto percorre nelle molte attività svolte: giornalista, coordinatrice del sito di informazione economica sbilanciamoci.info, caporedattrice di ingenere.it. Proprio l’uscita pochi giorni prima del nostro incontro della tradizionale contro-manovra finanziaria di Sbilanciamoci!, si presenta come l’occasione per addentrarci nei temi della stringente attualità. Nonostante le difficoltà dovute alle quattro manovre varate dalla scorsa estate, anche quest’anno Sbilanciamoci! mostra come sia possibile una finanziaria completamente diversa, pur accettando le medesime compatibilità del bilancio pubblico. In estrema sintesi, la dimostrazione lampante di come sia possibile compiere scelte profondamente diverse pur rimanendo all’interno dello stesso sistema di produzione. La contro-manovra ricava infatti le risorse necessarie al bilancio statale dalla cancellazione delle spese per le Grandi Opere, dalla soppressione dei finanziamenti alle scuole private, dai tagli alle risorse destinate alle spese militari e all’acquisto degli ormai famosi F-35 (non citando ad esempio la necessaria lotta all’evasione in quanto si basa su azioni che già oggi potrebbero essere messe in atto senza previsioni incerte e futuribili). Un progetto che mostra esplicitamente come siano i rapporti di forza in seno alla società a determinare le scelte della politica economica,sgombrando il campo da qualsiasi pretesa di necessità oggettiva. Secondo Roberta Carlini, la crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando, paragonabile per gravità e virulenza solamente a quella del 1929, non permette solo alle classi egemoni di attaccare i diritti e i salari delle classi lavoratrici attraverso il falso mito dei sacrifici comuni. Infatti, nella “macelleria sociale” che il governo Monti sventola come “rigore, crescita, equità”, si cela anche una questione di genere. I tagli nel pubblico impiego, settore dove è alta l’occupazione femminile, collegandosi con quelli alla spesa pubblica, che generano indirettamente un aumento del lavoro non retribuito per le donne italiane, delineano un nuovo avanzamento delle differenze tra i generi in un Paese tradizionalmente già lontano dagli standard europei. Roberta Carlini, richiamando criticamente la proposta di “aliquote rosa” di Alberto Alesina e Pietro Ichino, un tema ripreso anche da Matteo Renzi, offre ad Ornella De Zordo la possibilità di ricordare l’allegra gestione del bilancio comunale dell’attuale amministrazione. Una giunta così prodiga di slogan e buoni propositi per la Firenze del 2020, da scordarsi l’avvicinamento del nostro Comune al rischio di commissariamento. Strabismi della politica-evento, che forse comincia a stancare anche i più accaniti sostenitori: Firenze 20vénti si chiude infatti con una partecipazione di pubblico alquanto limitata. Speriamo solo che sia il preludio ad un cambiamento radicale del vento in città.

Gianni Del Panta- perunaltracittà




24 novembre 2011

15 novembre 2011

ASSEMBLEA DEI SOCI
DEL
FONDO ETICO E SOCIALE DELLE PIAGGE
 
SABATO 26 NOVEMBRE 2011 alle ore 17,30


Centro Sociale “IL POZZO”
via Lombardia, 1/p tel. 055373737

 


L'Assemblea è aperta a tutte le persone interessate

alla fine dell’assemblea chi lo desidera potrà cenare insieme
sono graditi contributi eno-gastronomici da condividere
siamo tutti invitati a portarci piatto, posate e bicchiere

02 novembre 2011

Progetto Piccoli Prestiti Piagge


1.     Obiettivo

Il Progetto Piccoli Prestiti Piagge è una lente di ingrandimento sui bisogni del quartiere. Esso nasce dal Fondo Etico e Sociale delle Piagge per dare adeguate risposte a richieste di prestiti di entità minima garantendo efficienza e leggerezza organizzativa.

Il Progetto Piccoli Prestiti si avvale dello strumento del micro-credito, il quale si basa sulla fiducia che viene data alle persone prive di garanzie materiali per la restituzione del credito concesso ma che hanno idee e volontà di realizzare percorsi significativi per sé e per gli altri. Il micro-credito è dunque inteso non solo come puro strumento finanziario ma anche con l’intento di sostenere legami e vincoli più forti all’interno della comunità locale, in quanto la partecipazione allo sviluppo del benessere è collettiva e la coesione sociale un importante obiettivo da raggiungere.

La tipologia di credito del Progetto Piccoli Prestiti evidenzia un’attenzione particolare verso i micro bisogni e le necessità impellenti delle persone che richiedono prestiti di piccola entità. Tali prestiti sono spesso troppo onerosi da gestire da un punto di vista formale e burocratico attraverso il Fondo Etico e Sociale delle Piagge, da qui la necessità di creare un organismo capace di lavorare in modo autonomo per rispondere tempestivamente e in modo creativo alle esigenze del territorio.



2.     A chi si rivolge

Il Progetto Piccoli Prestiti è rivolto alle persone che abitano nel quartiere Le Piagge e che hanno compiuto il diciottesimo anno di età.

Il Progetto Piccoli Prestiti crede nella valorizzazione delle capacità del singolo individuo che agisce in modo creativo sul territorio, nella sua responsabilizzazione nella restituzione del prestito affinché altri possano usufruire degli stessi benefici e nella partecipazione attiva alle attività di micro-credito di cui lo stesso ha beneficiato.



3.     Entità del prestito

Fino a 500 euro.



4.     Modalità del prestito

Le persone che intendono usufruire del micro-prestito devono scrivere una lettera di richiesta nella quale indicano l’importo, la motivazione e la persona del quartiere, possibilmente non un familiare, che li sosterrà nella richiesta di prestito e fungerà da “accompagnatore relazionale”.  La lettera verrà letta da un gruppo di persone della Commissione, le quali valuteranno la situazione in modo attento. L’erogazione del prestito avviene dopo uno o più incontri con alcuni membri della Commissione, la quale si prende il tempo necessario per decidere. Una volta accettata la richiesta di prestito è necessario che una persona della Commissione faccia da referente oppure si occupi di trovare il referente. Al fine di rendere le diverse attività della comunità partecipi dell’iniziativa e responsabili di questo progetto, il referente scelto da ciascuno dovrà essere parte di una delle attività in cui si impegna chi lo sceglie.

L’importo delle rate con cui sarà restituito il prestito viene deciso insieme alla persona che lo richiede e la restituzione dovrà comunque avvenire entro massimo 2 anni.

Le richieste vengono ordinate cronologicamente per data di arrivo, all’interno di questo ordine il Progetto Piccoli Prestiti riserva una corsia preferenziale ai bisogni legati allo studio e alla formazione culturale della persona.

Il prestito non è gravato da alcun interesse.

La persona che richiede un prestito ha l’opportunità di diventare socio del Fondo Etico. Dell’ultima rata della restituzione del prestito 25 euro vengono utilizzati per aderire con una quota al Fondo Etico e Sociale delle Piagge. La quota di adesione è infatti di 25 euro. Per far rientrare la suddetta quota da mettere a disposizione per attuare altri prestiti, la Commissione si impegna ad organizzare uno o due eventi l’anno cercando di coinvolgere il maggior numero di persone che hanno ricevuto un prestito.  

La persona che ha già ricevuto un prestito può richiederne un altro solo quando il precedente sia stato completamente estinto.

Ad ogni assemblea del Fondo Etico e Sociale delle Piagge la Commissione del Progetto Piccoli Prestiti informerà tutti i soci sui prestiti erogati e gli stessi verranno riportati sul Fondo Informa.

5.     Disponibilità

10.000,00 euro messi a disposizione dal Fondo Etico e Sociale delle Piagge. Per scelta i soldi verranno depositati in un libretto di risparmio postale.

6.     Composizione della Commissione

1-2 persone della Commissione del Fondo Etico

1 persona dell’attività scuola

1 persona della Cooperativa Il Pozzo

1 persona della Cooperativa Equazione

1 persona referente della Comunità

1 persona della Cooperativa Il Cerro

1 persona del GASP (Gruppo d’Acquisto Solidale Piagge)

1-2 persone che hanno usufruito di un piccolo prestito

1 persona di età inferiore ai 25 anni

13 ottobre 2011

26 settembre 2011

18 settembre 2011

ASSEMBLEA DEI SOCI
DEL
FONDO ETICO E SOCIALE DELLE PIAGGE

SABATO 24 SETTEMBRE 2011 alle ore 17,00

Centro Sociale “IL POZZO”
via Lombardia, 1/p tel. 055373737



L'Assemblea è aperta a tutte le persone interessate

alla fine dell’assemblea chi lo desidera potrà cenare insieme
sono graditi contributi eno-gastronomici da condividere
siamo tutti invitati a portarci piatto, posate e bicchiere