La felicità è ormai assimilata al consumo. Mai nel
corso della storia è stata prodotta tanta ricchezza,
ma l’80% delle risorse del pianeta vengono consumate
dal 20% della popolazione. L’economia vuole
che facciamo del consumo il nostro stile di vita,
bisogna consumare sempre di più, siamo la civiltà
dell’«usa-e-getta». Gli specialisti del marketing
si sforzano di venderci sempre più oggetti inutili,
di far credere ai consumatori che l’accumulazione
materiale è un fine in sé. Tutto quanto favorisce la
crescita è buono: anche la guerra favorisce la crescita,
dunque la guerra è una buona cosa!
Lo sviluppo sostenibile cerca di conciliare la crescita
economica e il rispetto dell'ambiente, quando
nei fatti la crescita economica è uno dei principali
fattori di distruzione del nostro ambiente. Il termine
di «sviluppo sostenibile» è una semplice azione di
recupero di industriali e di ecologisti benpensanti
per fare del «green business». Meglio imparare a
convivere con il nostro ambiente, che distruggerlo.
Occorre lottare per una società in cui i rapporti
umani siano superiori ai rapporti mercantili!
Bisogna riflettere sul ruolo di ognuno nella società.
La decrescita è un insieme di idee anti-produttivistiche,
anti-consumistiche ed ecologiche. È anche
l’idea di produrre ciò che è veramente utile, e tralasciare
le attività socialmente inutili. Occorre sviluppare
le attività socialmente vitali (acqua, energia,
salute, educazione, trasporti...) nel quadro di un
servizio pubblico universale. Occorre lasciare che i
paesi del sud del mondo sviluppino le coltivazioni
di prodotti alimentari locali a scapito delle coltivazioni
di esportazione. Occorre ridurre i trasporti di
merci relocalizzando le industrie. Occorre un’agricoltura
di prossimità, senza OGM, senza pesticidi e
rispettosa della natura. La cultura e lo sport devono
essere fonti di espansione e non di arricchimento.
La decrescita propone anche di diminuire l'impronta
ecologica delle nostre società. Una società
che consuma sempre di più non può rispettare l’ambiente
e esaurisce presto o tardi le risorse essenziali
per la vita. Non può esserci crescita infinita su un
pianeta finito. Non si tratta di vivere nelle privazioni
o nella frustrazione. Vivere semplicemente
significa non soccombere alle tentazioni inutili e
resistere al diktat delle mode. Significa vivere con
meno, significa essere responsabili. Ma significa
anche comprendere che la nostra bulimia degli
acquisti è il riflesso di un malessere, di una insoddisfazione,
generati appunto da questa società detta
dell’abbondanza. Possedendo più beni materiali,
siamo forse più felici? Al termine della vita, la vera
ricchezza è il vuoto che si lascia e non i beni che si
tramandano!
Occorre far decrescere tutte le attività inutili che il
capitalismo, trascinato dalla sua logica del profitto,
è riuscito a imporre come unico modello. Lo scopo
finale non è di creare delle ricchezze o degli impieghi,
è semplicemente di soddisfare i bisogni della
popolazione, a scapito di una minoranza di ultraricchi,
che per una volta dovrà piegarsi all’interesse
generale. La crescita, dogma del sistema capitalista,
ci trascina verso una crisi ecologica maggiore e la
sola soluzione a questa crisi è rompere con il capitalismo.
Ogni altra soluzione alternativa per gestire
il sistema è solo polvere negli occhi.
di Coscienza Cittadina Responsabile
(
http://2ccr.unblog.fr - Traduzione dal francese di
barb@nar -
voce libertaria)